Recensione Siren: Blood Curse

INFERNO ANDATA E RITORNO

 

Una troupe televisiva americana si addentra nel cuore di un villaggio giapponese scomparso a causa di una frana nel lontano 1976, Hanuda, per indagare sui presunti riti e omicidi lì commessi. Sembrerebbe un’altra puntata di “Mistero” se non fosse che i 4 americani (bimba compresa) assistono al sacrificio di una donna mentre un’altra, che sta per subire lo stesso trattamento, viene salvata da un giovane (anche lui di origine macdonaldiana) che dopo aver compiuto la sua buona azione fugge in mezzo alla foresta. Subito dopo una sirena d’allarme rieccheggia nell’oscurità e la giovane ragazza uccisa si rialza da terra. E’ l’inizio di un incubo: Hanuda viene separato dal resto del mondo, il sole si tinge di rosso e dal cielo cade una pioggia di sangue. I non-morti Shibito occupano le strade della piccola cittadina e non sembra esserci via di scampo.

Comincia Siren Blood Curse.

 

MAI AL SICURO, POCHI POSTI PER NASCONDERSI E TANTO BUIO

 

Siren Blood Curse (remake del primo Forbidden Siren) viene suddiviso in 12 episodi al termine del quale assistiamo ad una anticipazione del successivo come in una serie televisiva. Dopo i primi due episodi, relegati sostanzialmente alla funzione di tutorial, il gioco mostra le sue carte: a fronte di un gameplay un po’ legnoso, le meccaniche survival fanno da padrone tutta l’esperienza ludica offerta dal titolo SONY.

Poche armi, pochi luoghi veramente sicuri, nemici immortali (potete stenderli ma dopo poco si rialzeranno), mappe tendenzialmente vaste e piene di pericoli e soprattutto tanto buio che potrà a malapena essere tagliato dalla luce della vostra sempre fedele torcia. Attaccare gli Shibito senza un’arma si rivela nella maggioranza dei casi, per non dire la totalità, un suicidio ed è per questo che la prima necessità è sempre quella di trovare un oggetto per difendersi; date le circostanze però, generalmente si dovranno utilizzare armi di fortuna come bottigliie, martelli, bisturi o addirittura non ci sarà data la possibilità di raccogliere alcunché (questo nelle sezioni in cui controlliamo la bambina, la piccola Bella Monroe). In questo scenario poco allettante per chiunque ci si debba cimentare abbiamo come cornice ambientazioni malsane, cupe, sporche ma soprattutto una colonna sonora davvero azzeccata e un doppiaggio (se così possiamo definirlo) degli Shibito davvero inquietante: le loro urla, gemiti, sospiri e risate malvage difficilmente si dimenticano.

Il livello di dettaglio grafico inoltre, pur non facendo affatto gridare al miracolo, è su buoni livelli, con un frame-rate stabile ed espressioni facciali definite, oltre che un effetto granulato delle superfici che rendono evidente quel senso di decadimento che caratterizza il villaggio giapponese.

 

TI VEDO

 

Se da un lato i poveri protagonisti di Blood Curse si trovano generalmente alle strette, salvo le rare occasioni in cui impugneranno un’arma da fuoco, ad aiutarli vi è il marchio di fabbrica della serie, il “Sight-Jacking”. Grazie a questo lo schermo si dividerà in due e potremo vedere attraverso gli occhi dei nostri avversari (ed occasionali alleati) in modo da pianificare le nostre mosse e si rivelerà spesso indispensabile per sopravvivere. Tuttavia, nel caso si venga individuati dagli Shibito, le opzioni sono due: attaccarli o fuggire ed in questo caso sarà necessario trovare una stanza dietro cui barricarsi.

 

TEMO DI NON AVER CAPITO MOLTO BENE

 

A tutto questo ben di Dio, che ogni amante di horror potrebbe desiderare, si affianca un plot narrativo piuttosto complesso: nonostante le basi da cui prenda l’avvio sembrino molto classiche, nel giro di poco tempo i risvolti prendono pieghe imprevedibili, con colpi di scena e avvenimenti poco comprensibili che troveranno un loro legame logico solo con il finale che lascia ancora qualche interrogativo che, per essere colmato, necessita una lettura approfondita degli archivi segreti sparsi per il gioco e un po’ di attenzione.

 

MA NON LO AVEVO GIA’ FATTO?

 

La difficoltà di comprensione della trama non è però il solo problema che mina Blood Curse: vero difetto dell’intera produzione è il backtracking.

Nel corso delle consistenti 12 ore necessarie al completamento del gioco, gli scenari che visiteremo saranno pochi e sempre uguali, fatta eccezione per le condizioni climatiche, per un totale di 5 misere ambientazioni più una miinuscola per il livello finale. Se è vero che di volta in volta dovremo andare in zone differenti è anche vero che il sapore di già visto si fa sentire arrivati ad oltre metà gioco.

Riprendendo poi il discorso fatto sulle condizioni climatiche, va segnalata la presenza di alcuni livelli fatti alla luce del giorno, che si rivelano quelli meno spaventosi. Hanuda, con la sua nebbia mattutina, non è comunque Silent Hill e avrebbe fatto meglio a rimanere buia per tutta l’esperienza.

 

IL CERCHIO SI CHIUDE

 

Terminato Siren Blood Curse si resta ancora a pensare a quanto appena visto: le mura malsane di Hanuda raccolgono misteri che fino alla fine tengono incollati allo schermo e il terrore di avanzare apre porte a nuovi segreti. Il finale difficilmente si dimentica e gli amanti dei Survival Horror si renderanno conto di come Blood Curse, pur avendo palesi difetti (in primis il backtracking).

Una piccola perla dell’orrore di questa gen (nonché una delle pochissime presenti). Non deve mancare nella ludoteca dei fan del genere ma è caldamente consigliato anche a tutti coloro che vogliano provare una esperienza diversa dal solito FPS.

 

GRAFICA: 8

DIVERTIMENTO: 8,8

SONORO: 9,4

LONGEVITA’: 8,3


TOTALE: 8,9


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