Dragon Quest VIII: L’Odissea del Re Maledetto – Recensione

Seguendo i dettami di un mercato sempre meno disponibile nei confronti dei creativi, Square Enix porta nel magico mondo delle console portatili l’ottavo capitolo della serie Dragon Quest, di fatto concludendo l’operazione che la vedeva intenta a racchiudere la sua immortale saga J-RPG all’interno degli striminziti display di Nintendo DS, prima, e Nintendo 3DS in un secondo momento. Nel momento in cui scrivo è infatti possibile godere della saga di Yuji Hori e Akira Toriyama rivolgendosi unicamente alle due portatili Nintendo; se nella terra del Sol Levante il trend dei porting verso dispositivi portatili era giustificato dall’inesorabile atrofizzazione del mercato home console, in Europa la serie ha potuto vivere un vero e proprio rilancio grazie a questi enhanced porting, versioni migliorate di videogiochi appartenenti in gran parte al decennio che compone i mitici anni ’90. Nel caso di Dragon Quest VIII: L’Odissea del Re Maledetto, ovviamente, il discorso è un pochino più complesso, trattandosi dell’iterazione che più di tutte riuscì a far breccia nel cuore dei giocatori occidentali, vuoi per gli altri valori di produzione, vuoi per essere stato il primo capitolo della saga a giungere nel Vecchio Continente seguendo l’iter tradizionale. Niente traduzioni amatoriali o storpiature del brand: solamente un semplice titolo, ovvero Dragon Quest. L’occasione di questa ripubblicazione su Nintendo 3DS ha permesso di ripristinarne la numerazione classica, ricollocandolo storicamente nell’ottavo tassello di una storia che dura ormai da 30 anni e che sta per festeggiare l’arrivo della sua undicesima iterazione. L’occasione, insomma, si fa ghiotta. E le buone notizie non sono finite qui!

Titolo: Dragon Quest VIII: L’Odissea del Re Maledetto
Sviluppatore: Level-5/Square Enix
Publisher: Square Enix
Lingua: Audio in inglese e testi in italiano
Piattaforme: Nintendo 3DS
Data di uscita: 20/01/2017

Una fiaba dagli occhi a mandorla

A distanza di qualche mese dalla riproposizione in gran lustro del settimo episodio, Nintendo e Square Enix uniscono ancora una volta le forze per portare in Europa l’ennesimo esempio di come un J-RPG tradizionale possa risultare ancora una volta appetibile e concorrenziale anche su un mercato estremamente competitivo come quello contemporaneo. D’altronde stiamo parlando di Square Enix, una software house capace di proporre titoli dal retrogusto tradizionale e al contempo esplorare nuove forme ludiche con progetti ad alto budget. Lo stesso Final Fantasy XV, d’altronde, fu preceduto da World of Final Fantasy, una produzione per tanti versi coraggiosa pur contando sul traino commerciale di quello stesso marchio. Dragon Quest non può sicuramente contare sullo stesso fascino agli occhi di un giocatore occidentale medio, eppure quel che oggi possiamo vivere semplicemente portando con noi la minuta console a due schermi di Nintendo è un’avventura che non ha nulla da invidiare alla portata dei più blasonati esponenti del genere… ovviamente sottostando a quella che rimane la classica formula della serie Dragon Quest!

La trama di Dragon Quest VIII segue le peripezie di un coraggioso cavaliere muto e della sua carovana di compagni, primi fra tutti un sovrano e la legittima erede tramutati rispettivamente in un mostriciattolo e in un cavallo. Fabula e intreccio non corrispondono e mediante flashback e linee di dialogo affidate ai comprimari si fa presto la conoscenza degli eventi che portarono all’inizio del loro viaggio: il malvagio giullare Dhoulmagus ha proiettato il regno nello sconforto, maledicendo il sovrano e compiendo atti tremendi ai danni della popolazione. Seguendo la più classica tradizione della narrativa giapponese per ragazzi, in Dragon Quest gli eventi dipingono un universo colorato, dai toni fiabeschi, ma mai banale, proponendo situazioni via via sempre più drammatiche, dimenticandosi ben presto dell’accesa palette cromatica e dello stile grafico volutamente naif. Come lo stesso Dragon Quest VII ha dimostrato nei mesi scorsi, gli scrittori di Square Enix e Level-5 non hanno fatto alcun sconto agli eroi che popolano il mondo all’apparenza spensierato di questo ottavo episodio, tant’è che presti ci si troverà a seguire la pista di omicidi seriali di diverse personalità importanti di villaggio in villaggio. Un’occasione che permetterà all’eroe e al fidato Yangus, un ex-manigoldo dall’accento cockney, di incontrare sulla propria strada dei compagni guidati dalla sete di vendetta, come la bella Jessica, che si spingerà all’inseguimento di Dhoulmagus proprio per vendicare l’omicidio del fratello. Una trama non particolarmente complessa o originale, ma strutturata in modo convincente e capace di tenere alto l’interesse di coloro che fossero alla ricerca di un pretesto per tuffarsi nelle caratteristiche atmosfere colorate della serie Square Enix. E in tal senso il gioco non delude praticamente mai. Inoltre, per chi avesse avuto l’occasione di vivere questa avventura durante l’epoca PlayStation 2 è giusto ricordare che questo remake per console portatile aggiunge due nuovi personaggi al gruppo di volti arruolabili, ovvero Red e Morrie, presenze prima circoscritte al ruolo di semplici personaggio non giocanti.

Zip! Boom!

Le novità sono parecchie e giustificano senza tanti problemi il replay del titolo in questa nuova versione: si va dalla sostituzione degli incontri casuali con mostri visibili durante l’esplorazione fino ad un’indovinata modifica alle meccaniche ludiche tali da migliorare esponenzialmente il ritmo di gioco, all’epoca di pubblicazione afflitto da una certa lentezza congenita. Per intenderci: se Dragon Quest VII vi avesse in qualche modo convinto del fatto che i J-RPG classici non fanno per voi, date una chance a questo ottavo episodio. Anche il sistema di battaglia, pur indugiando nella più classica turnazione, propone la possibilità di velocizzare le animazioni, mentre il ripristino dell’energia vitale ad ogni Level Up scongiura la necessità di ritrovarsi a fare dietro front verso il vicino villaggio durante le fasi esplorative. Accrescendo i livelli di potenza dei personaggi di scontro in scontro viene presto proposto di suddividerne i punti abilità raccolti nell’utilizzo di armi specifiche o nell’apprendimento di capacità uniche. Se in passato questa operazione veniva compiuta sommariamente, senza avere una visione d’insieme di quelle che potevano essere le caratteristiche sbloccabili da lì a poco, in questa versione portatile il tutto viene aiutato da una sorta di tabella visualizzabile nello schermo inferiore che informa il giocatore in modo esaustivo, senza dover ricorrere a guide o a riassunti trovati su internet. E nel caso non ci si sentisse in vena di dettare fin da subito il proprio stile di gioco, quegli stessi punti possono essere conservati e distribuiti in un secondo momento. Il risultato di queste due semplici modifiche è un sistema di gioco maggiormente aperto e interessato a rendere pienamente consapevole il giocatore di quelle che sono le possibilità ludiche offerte da un sistema di crescita a classi chiuse. Non presenterà l’estrema libertà di Dragon Quest VII, ovviamente, ma non ci si può di certo lamentare. Detto questo e alla luce di altre modifiche e aggiunte, come nuove storie e contenuti post-game, l’esperienza di gioco rimane grossomodo la stessa e pur snellendo dove possibile, il classico Square Enix rimane chiaramente fedele alla visione originale. Non si tratta quindi di un vero e proprio remake, come per il settimo episodio, ma di una sorta di porting potenziato che ne migliora il gameplay e velocizza il ritmo narrativo.

Anche dal punto di vista tecnico il lavoro svolto da Square Enix è encomiabile: la base creata da Level-5 su PlayStation 2 rimane solida e riconoscibile anche a distanza di anni, e sebbene nei mesi scorsi guardando alle immagini trapelate in rete si finisse quasi sempre a fare comparazione ingiuste, c’è da ammettere che il risultato in-game filtrato dalla bassa risoluzione degli schermi della portatile Nintendo è apprezzabilissimo e per certi versi sorprendente. Il fine cel shading utilizzato per caratterizzare le fattezze dei personaggi è ancora lì, ed è in grado di far sfilare sui loro volti una vasta gamma di espressioni proprio come in passato. L’attenzione dei grafici è stata rivolta soprattutto ai volti dei protagonisti, salvaguardandone il caratteristico fascino, mentre i dettagli anatomici e il vestiario hanno subito leggere modifiche per riuscire ad adeguarsi alle caratteristiche tecniche di Nintendo 3DS. Nulla di percepibile se non aguzzando la vista, in ogni caso. Discorsi leggermente differente, invece, per l’esplorazione della world map, fiore all’occhiello della versione originale del titolo. Si tratta di un’ambientazione esplorabile che propone scenari bucolici su scala 1:1, in cui spesso e volentieri si vedono nemici e dettagli apparire all’orizzonte con uno sgradevole effetto pop up. In questo senso gli sforzi tecnologici sono stati tali che pur riconoscendone la problematica sarebbe davvero ingiusto affossare l’intero comparto artistico e tecnico alla luce di problematiche che non inficiano poi in alcun modo la fruizione del gioco, specie quando tutto il resto si dimostra se non pari, almeno comparabile senza tanti problemi a quanto visto su home console. E personalmente ritrovare le stesse cutscene di un gioco “immenso” come Dragon Quest VIII su Nintendo 3DS mi ha davvero sorpreso. Sul fronte audio ci si deve “accontentare” di una soundtrack elettronica (malgrado la presenza di un accompagnamento orchestrale nella versione giapponese) e dell’ottimo doppiaggio inglese dell’edizione PS2, con qualche sporadico cambio di doppiatori e qualche battuta aggiunta qua e là, specie per le nuove scene narrative.

In Conclusione

Dragon Quest VIII: L’Odissea del Re Maledetto vede su Nintendo 3DS la sua versione migliore; imperdibile per ogni cultore della serie, questa edizione spesso tacciata di rappresentare una sorta di “demake” senza arte né parte si dimostra invece un’eccellente aggiunta alla già strabordante offerta di J-RPG di qualità attualmente giocabili su Nintendo 3DS.


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