Alle 7.19 del 19 settembre 1985 uno dei terremoti più violenti della storia mise in ginocchio l’intera metropoli di Città del Messico, radendo al suolo centinaia di strutture pubbliche e private con una magnitudo di 8.0 e più di 5000 vittime. Disgraziatamente, in un ufficio governativo, il direttore  ha l’idea di convocare tutto il personale prima dell’orario di lavoro per impressionare il supervisore. Ha appena inconsciamente deciso di condannarli praticamente tutti a morte.

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Inutile usare mezzi termini. 7:19 è il nudo e crudo racconto di una tragedia, del suo orrore. Semplice sarebbe però limitarsi alla semplice rappresentazione di un dramma esteriore, fatto di macerie, calcinacci, distruzione e morte. Jorge Michel Grau decide invece di scendere ancor più in profondità, precisamente nella profondità di un palazzo governativo di sette piani interamente crollato sulle teste di due figure, il direttore della struttura (Demiàn Bichir) e l’anziano custode (Hector Bonilla).

All’interno del dramma si crea quasi una cornice teatrale formata da uno spazio sotto le materie in cui agiscono i due personaggi, perfetta antitesi di due sfere culturali e sociali completamente diverse. Da una parte il potere, dall’altra l’umiltà di un uomo a pochi giorni dalla pensione. In mezzo, la sopravvivenza, il dolore, la sofferenza. Un’inquadratura claustrofobica 1:1 stringe sui volti dei protagonisti, unica loro parte praticamente non ancora coperta dalle macerie. A fare da sfondo a ciò le voci strazianti di pochi sopravvissuti animati dal disperato tentativo di uscire vivi da quell’inferno grigio. La sapiente alternanza di luci e ombre contribuisce a creare un’atmosfera che va ben oltre il dramma fino a toccare le più profonde corde dell’animo umano.

Animo umano appunto di cui 7:19 mostra il lato peggiore. I discorsi tra i protagonisti, benché spesso limitati a litanie sul dolore e sulla sofferenza e su flebili speranze, rivelano anche un aspetto più brutale e crudele ma incredibilmente attuale. E’ l’arricchirsi a spese degli altri, sulla sicurezza altrui, questione che in Italia abbiamo imparato a conoscere attraverso praticamente ogni sisma avvenuto sul nostro territorio. Il film trova la sua (parziale) svolta quando enfatizza l’infinito e ciclico collidere tra ricchezza e povertà, tra sfruttatori e sfruttati, tra prede e predatori, tra chi stringe soldi sporchi di vite umane e chi la vita umana la perde in nome del guadagno altrui.

Eccoci, dunque, di fronte ad una pellicola tecnicamente non memorabile (effetti speciali piuttosto rivedibili) ma che prova a compensare una cinematografia anonima con il tentativo di far pensare. Non aiuta però un finale scialbo che annienta ogni sforzo narrativo fatto in precedenza: tutti i discorsi, le teorie, le parole e le discussioni precedenti non hanno riscontro in un epilogo estemporaneo e assolutamente inadeguato. 7:19 ci porta fra le macerie e lì ci lascia, intrappolati nel suoi buio claustrofobico che scopriamo troppo tardi essere fine a se stesso.

 

Scheda Film

Titolo: 7:19
Regia: Jorge Michel Grau
Sceneggiatura: Jorge Michel Grau
Cast: Carmen Beato, Demián Bichir, Héctor Bonilla, Octavio Michel, Azalia Ortiz, Oscar Serrano
Genere: Drammatico
Durata: 94′
Produzione: Cinepolis Distribución
Distribuzione: –
Nazione: Messico
Uscita: –

Critico cinematografico, giurista e speaker.
Classe ’94, nato insieme a Dookie, Forrest Gump, Pulp Fiction e Le Ali della Libertà, ma con il cuore a Juno.

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