Deus Ex: Mankind Divided – Recensione

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Per scrivere questa recensione mi sono preso diverso tempo, ma voglio spiegarvi il motivo. Deus Ex è un marchio che porta sulle proprie spalle la fama di uno dei più apprezzati FPS “di ruolo” mai realizzati, e solamente in tempi recenti è stato rilanciato da Square Enix sotto il segno dell’avventura di Adam Jensen, un uomo baciato da potenziamenti cibernetici. La sua prima avventura portò su piattaforme di gioco di scorsa generazione un titolo fortemente grezzo, ma nondimeno intrigante, dotato di una propria visione estetica e di alcune idee ludiche che poggiavano le basi sul classico del 2000, rinfrescandone il look e l’accessibilità. Deus Ex: Human Revolution fece conoscere ad un nuovo pubblico lo sviluppo non lineare per cui il capostipite della serie venne incoronato dagli appassionati e posto fra i migliori videogiochi di sempre, mostrando al contempo tutti i difetti di una produzione fortemente minata da un comparto tecnico non sempre all’altezza e da una sceneggiatura altrettanto fallace sotto molteplici aspetti. A distanza di ben cinque anni, Eidos Montreal e Square Enix tornano a parlarci di Adam e del suo mondo, sconvolto dal cambiamento dopo gli eventi subito successivi all’epilogo della sua prima grande missione. La rivoluzione umana si è compiuta: ora l’umanità è divisa.

Titolo: Deus Ex: Mankind Divided
Sviluppatore: Eidos Montreal
Publisher: Square Enix
Lingua: Italiano, audio e testi.
Piattaforma: PS4, Xbox One e PC.

Da guardia a vigilantes

Dopo l’episodio comunemente noto come “Aug Incident” Adam Jensen ha cambiato vita, entrando a far parte di una task force ed entrando a far parte ufficialmente di un corpo armato in qualità di unico “super uomo”. Gli eventi che segnarono l’epilogo del precedente episodio hanno sconvolto radicalmente la percezione dei potenziamenti cibernetici da parte dell’opinione pubblica, e il titolo si premura di sottolineare con forza come l’umanità sia – citando il sottotitolo di questa iterazione – “divisa” sull’utilizzo o meno di questi innesti dopo l’incidente che ha visto gli “augmented” impazzire e compiere barbarie senza controllo in tutto il mondo. Se c’è una cosa che questo capitolo della serie fa molto bene e tratteggiare con la massima cura un mondo praticamente sull’orlo della nevrosi, descrivendo una vera e propria apertheid non solo in via esplicita, ma anche e soprattutto arricchendo l’ambientazione di dettagli che raccontano quel che è successo e, in qualche modo, suggerendo ciò che succederà. La struttura ludica di Deus Ex: Mankind Divided non prevede un open world, ma grandi mappe esplorabili su cui trovare missioni, compiti secondari ed eventi unici. Pur rinunciando alla grandiosità di un racconto “su larga scala”, gli sviluppatori hanno potuto infondere in ogni singola ambientazione un numero sconvolgente di dettagli, fra easter egg più o meno palesi; una scelta di storytelling (il più dei retroscena è raccontato da file testuali rintracciabili qua e là, per intenderci) che mina una narrazione forse fra le più deboli viste in tempi recenti, con un cast di personaggi praticamente rivoluzionato, ma composto da volti anonimi, non approfonditi e quasi sempre in bilico fra la macchietta e lo sfoggio impunito di stereotipi e cliché delle spy story. Anche Deus Ex: Mankind Divided inscena una storia in cui intrighi e tradimenti sono all’ordine del giorno, rifacendosi soprattutto allo spirito dei primi capitoli, ma molte volte mi son trovato a reputare più interessanti le missioni secondarie sparse per Praga di quelle che la linea narrativa principale mi proponeva. C’è da dire che uno dei motivi per cui la narrazione funziona poco (e, soprattutto, male) è un numero davvero incalcolabile di bug e glitch che corredano praticamente ogni giocata. Dal labiale fuori sincrono ai sottotitoli che non corrispondono a ciò che l’interlocutore sta dicendo, tengo comunque a precisare ai lettori che a prescindere da ciò che sceglieranno di fare durante l’avventura l’esito di questa non subirà affatto cambiamenti radicali. Un contesto, quello di oggi, in cui i videogiochi sembrerebbero avere la presunzione di volersi “plasmare attorno alle scelte dei giocatori”, ma che alla prova dei fatti questi concetto si dissolve sempre in minime ripercussioni o differenze sulle battute finali, talmente ininfluenti da non riuscire mai a inficiare il percorso voluto dagli sviluppatori per i giocatori, al punto che anche la “decisiva” scelta finale di Human Revolution è stata completamente bypassata. Che emozione!

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Ninja del futuro

Se l’aspetto narrativo di questo capitolo di transizione (ricordo che si tratta del secondo di una trilogia) non mi ha convinto, devo dire che il gameplay, per quanto talmente metodico da rasentare la monotonia, è sicuramente apprezzabile. Non si tratta di una vera e propria rivoluzione rispetto al precedente Human Revolution, ma se non altro ora i due approcci che vedono da un lato la furtività e dall’altro l’azione roboante riescono a convivere sullo stesso palcoscenico, senza mai pestarsi i piedi fra loro. Certo, personalmente ho sempre pensato che le abilità di Adam meglio si confacessero ad un’azione di tipo stealth (lo skill tree in pieno stile RPG è zeppo di abilità utili ad intrufolarsi e ad evitare lo scontro diretto), ma a questo giro anche gli scontri a fuoco sono stati ben realizzati, caratterizzandone ogni variabile con un numero soddisfacente di possibilità tattiche alternative. Lo sviluppo delle abilità di Adam avviene tramite la raccolta di Praxis, kit di potenziamenti che possono essere rintracciati sia durante l’esplorazione (o presso venditori, ma a carissimo prezzo!), sia alzandosi di livello, dove ogni aumento di esperienza viene ricompensato con uno di questi. Square Enix ha infilato all’ultimo un sistema di microtransazioni che permette, al costo di valuta reale, di rompere letteralmente il gioco e di comprare tutti i potenziamenti che si vuole, andando inevitabilmente a sbilanciare un gameplay già di per sé non interessato da un livello di sfida particolarmente alto. Scelta di design opinabile, ma d’altronde si tratta di una caratteristica opzionale, e per questo evitabile senza troppi rimpianti.

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Come già detto in precedenza, esteticamente le mappe sono molto curate e ricche di porte, porticine e passaggi segreti da scoprire. Questa particolare attenzione per il world building e il level design hanno permesso ancora una volta agli sviluppatori di sbizzarrirsi, proponendo ai giocatori più avventurosi diverse possibilità per affrontare ogni compito che ci si para davanti. Fra azioni di hackeraggio, movimenti furtivi, super salti, muri fragili pronti ad essere distrutti, la capacità di eludere i sistemi di sicurezza e tante altre variabili, posso affermare con sicurezza che muoversi per il mondo di Deus Ex Mankind Divided cercando di mantenere un basso profilo è una delle esperienze più soddisfacenti mai proposte in un FPS con velleità ruolistiche, al punto che se il titolo fosse stato sorretto da una linea narrativa sufficientemente interessante e da un comparto tecnico all’altezza, quasi sicuramente ora si potrebbe parlare di produzione mirabile. Il problema è che la rilevanza della narrazione in questo titolo è particolarmente alta e che Square Enix, o Eidos Montreal, sembra si siano completamente dimenticati del fatto che siamo nel 2016 e che a distanza di 5 anni non è possibile proporre un titolo così mal ottimizzato e pieno di problemi tecnici. Soprattutto quando la portata di questa produzione è molto più esigua di un Assassin’s Creed qualsiasi, e che il team dietro alla sua creazione ha avuto tutto il tempo necessario per riuscire e limarne le imperfezioni. Ho testato entrambe le versioni per console di corrente generazione e in entrambi i casi i problemi legati al frame rate erano tali da ricordare la performance di alcuni vecchi titoli per PS One, con picchi di 20 fps nelle situazioni con più masse poligonali a schermo. Per assurdo, la totale mancanza di sincronizzazione del labiale dei personaggi durante i dialoghi rispettando la regia delle soap opera latino americane mi ha portato alla mente Mass Effect, titolo pubblicato nel 2007 ma per molti versi superiore nella gestione della messinscena di questo Mankind Divided

A conti fatti questo secondo capitolo della futura trilogia con protagonista Adam Jensen paga un forte ritardo rispetto alla pubblicazione del primo episodio, andando a rompere una tensione narrativa che latita quasi del tutto, tanto che definirlo di “transizione” è solamente un modo simpatico di dire “è davvero una noia”.

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In Conclusione

Deus Ex: Mankind Divided è il secondo passo di un’avventura, quella di Adam Jensen, che potrebbe essere stata compromessa: Human Revolution, pur dovendo introdurre ai giocatori un mondo complesso, era riuscito a distinguersi a suo tempo malgrado le magagne tecniche, mentre questo suo sequel a pubblicazione tardiva non sembra riuscire a convincere per tanti, troppi motivi. Speriamo che Square Enix creda nel progetto fino in fondo e permetta ad Eidos di portare a termine il viaggio di Adam, magari proponendo fra qualche anno un prodotto meglio ottimizzato su tutti i fronti.

C’è chi dice che nella sua stanzetta, dietro una mole spaventosa di fumetti d’epoca giapponesi, si celino misteri infiniti. Da sempre appassionato di videogame made in Japan e delle opere animate di Kunihiko Ikuhara, dategli un qualsiasi J-RPG e lo renderete un orsetto felice.

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