Phoenix Wright: Ace Attorney: Spirit of Justice – Recensione

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Sei capitoli principali, tre titoli spin-off, un cross-over con il Professor Layton, senza dimenticare una serie animata, numerosi manga, un film e tre musical teatrali: questi sono solo alcuni dei numeri fatti registrare da “Ace Attorney“, serie targata Capcom, la quale può vantare una meritata fama a livello globale, nonostante non appartenga ad uno dei generi videoludici più popolari, ovvero quello delle avventure grafiche. Eppure, nonostante la categoria, diciamo non troppo mainstream, stiamo parlando, per stessa ammissione della casa di sviluppo, di una punta di diamante del parco titoli Capcomiano: arrivato timidamente in occidente, anni dopo la sua originale release nipponica su Game Boy Advance, sotto forma di remake per Nintendo DS, non ha esitato a conquistare tutti i giocatori con la sua spiccata vena comica, unita a momenti puramente sentimentali, segno di una scrittura forte e ben caratteristica. Dopotutto, se oggi siamo qui a parlarvi del sesto capitolo della saga, “Ace Attorney: Spirit of Justice“, il suo successo non può essere merito della pura fortuna.

Titolo: Phoenix Wright: Ace Attorney: Spirit of Justice
Sviluppatore: Capcom
Publisher: Capcom
Lingua: Completamente in inglese
Piattaforma: Nintendo 3DS
Prezzo: 29,99€
Data di uscita: 8 settembre 2016

PRATICANTATO ALL’ESTERO

Spirit of Justice” è il secondo titolo della serie “Ace Attorney” (senza contare gli spin-off) ad uscire per Nintendo 3DS e, purtroppo, anche questa volta, noi occidentali ci siamo beccati una versione esclusivamente digitale, venduta tramite lo store digitale Nintendo eShop. Ad aggiungere la beffa al danno, esattamente come nel caso precedente, il titolo è disponibile nella sola lingua inglese. Questa situazione crea non ben pochi svantaggi, principalmente per i fan delle avventure grafiche che, per un motivo o l’altro, non masticano bene l’inglese: seppur non si trattino di testi di difficile comprensione, un titolo del genere, pregno di dialoghi e parole a schermo, può risultare complicato da seguire a chi non è ben allenato con le traduzioni mentali. Sul lato puramente materialistico, non avere una confezione retail da sfoggiare nella propria collezione è un ennesimo colpo al cuore per i fan che seguono assiduamente la serie fin dai suoi esordi.

Da un altro punto di vista, invece, la distribuzione digitale e in lingua inglese hanno permesso al nuovo “Ace Attorney” di raggiungere le nostre coste in tempi estremamente brevi, riducendo il divario tra lancio giapponese ed europeo; inoltre, ad essere sinceri, la peculiarità delle avventure di Phoenix Wright, risiede nell’uso e abuso di giochi di parole e riferimenti alla pop culture, largamente presenti nelle versioni americane, ma che, nella transizione in italiano, difficilmente vengono adattati o risultano fin troppo fuori contesto, come i titoli precedenti possono testimoniare. Inoltre, ci viene proposto a prezzo budget, il che non è mai una cosa negativa.

La storia vede Phoenix Wright, il famoso avvocato difensore in giacca blu, abbandonare momentaneamente le familiari e “americanissime” terre, per viaggiare verso il Regno di Khura’in, reame asiatico colmo di miti e leggende, una teocrazia che si fonda sul culto dei morti e sui poteri spirituali dei suoi sacerdoti. Non stupisce, in questi territori così particolari, trovarsi di fronte anche ad un diverso sistema legale: i tribunali non si basano più su prove e testimoni per elargire verdetti, ma sui poteri dell’unica sacerdotessa e principessa del regno, Rayfa Padma Khura’in, una giovane in grado di evocare gli spiriti dei defunti per osservare i loro ultimi momenti prima della morte e determinare, tramite le sue interpretazioni, le circostanze del decesso.

Il caso porterà Phoenix a prendere le parti della difesa anche in questa terra straniera, ma scoprirà ben presto di non essere visto di buon occhio dai Khurainesi, i quali, anzi, provano un profondo odio per la professione di avvocato difensore. Tale rancore viene anche messo in evidenza da una delle leggi più importanti del Regno di Khura’in, il “Defense Culpability Act“, dove si dichiara che chiunque decida di prendere le difese di un individuo, giudicato colpevole agli occhi della legge, dovrà subire la stessa pena, il che, nella maggior parte dei casi, si traduce in una duplice sentenza di pena capitale, per l’imputato e il suo avvocato. Questo è il motivo principale per cui in Khura’in non esiste più nessun avvocato a praticare una linea difensiva per i propri clienti, destinati a subire, quasi automaticamente, un verdetto di colpevolezza solo sulla base delle interpretazioni di Rayfa, considerate verità assolute, senza un legittimo contro-interrogatorio.

Spirit of Justice” prosegue l’intento di “Dual Destinies” nel regalarci delle storie più intense e cupe, con una trama di grosso impatto, che farà da filo conduttore per tutti i classici 5 casi che andremo ad affrontare. Naturalmente non mancheranno le situazioni leggere di pura commedia, ma, come gli autori della serie ci hanno già abituato, essi si sposano molto bene con gli eventi drammatici, creando un gioco che scorre via piacevolmente ed appassiona, come e più dei titoli precedenti, assestandosi ai livelli del famoso terzo capitolo, da molti considerato come il migliore della saga, per l’intensità delle emozioni scatenate.

A questo, uniamo anche un cast di personaggi tra i più bizzarri ed interessanti mai visti finora, oltre al ritorno di alcuni tra i favoriti dai fan, tra cui Maya Fey, Miles Edgeworth ed Ema Skye, senza dimenticare le new entry del capitolo precedente, Athena Cykes e Simon Blackquill, con un ruolo decisamente più ridotto rispetto al passato, ma sempre apprezzabile. Tuttavia, la vera stella del gioco è indubbiamente Apollo Justice, coprotagonista indiscusso, al quale viene assegnata la stessa rilevanza dedicata a Wright e, in questo capitolo, arriverà all’apice del suo sviluppo del personaggio, iniziato in “Ace Attorney: Apollo Justice” e proseguito a pieni voti nell’episodio successivo. Dal lato degli avversari, troviamo la già citata Rayfa Padma Khura’in, l’altezzosa principessa del regno, ormai talmente abituata al suo ruolo durante i processi, da guardare dall’alto in basso tutti gli imputati, automaticamente criminali ai suoi occhi e Nahyuta Sahdmadhi, il nuovo procuratore del gioco, dalla forte carica spirituale (oltre a svolgere il ruolo dell’accusa, è anche un monaco di alto rango nella religione di Khura’in) che dimostrerà di avere un qualche legame proprio con Apollo.

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La serie di Ace Attorney è famosa per i nomi creati da sapienti giochi di parole e Spirit of Justice non interrompe la tradizione.

ZERO (O QUASI) OBIEZIONI

Ma quali sono le novità più importanti introdotte in questo nuovo “Ace Attorney“? Poche, a dire il vero: come nei capitoli precedenti, avremo il compito di indagare sugli omicidi, ispezionando le scene del crimine e parlando con i diversi personaggi implicati nell’evento; raggiunto il necessario numero di indizi, toccherà alle fasi in tribunale, nel quale la pubblica accusa ci metterà di fronte a svariate testimonianze e prove incriminanti, a cui dovremo rispondere contro-interrogando i testimoni, fino a raggiungere l’agognato verdetto di assoluzione. Tutto suona come un film già vissuto e, in effetti, lo è; se vi aspettavate uno stravolgimento nel modo di giocare o nella formula di base, resterete delusi.

L’unica aggiunta al classico e rodato gameplay è rappresentata dalla “Divination Sèance“, ovvero la visualizzazione degli ultimi istanti di vita della defunta vittima, effettuata dalla sopracitata principessa Rayfa. La “testimonianza” della vittima stessa è rappresentata come una brevissima sequenza animata, durante il quale appariranno varie parole a schermo, ad indicare suoni, odori e sensazioni, provate dalla vittima in quegli ultimi istanti: su questa base, Rayfa fornirà la propria interpretazione (ovviamente, sempre ad accusare il nostro cliente) e spetterà a noi trovare le contraddizioni tra i ricordi del defunto e la logica della principessa. Benchè si tratti di qualcosa di nuovo e interessante, non è comunque niente di troppo distante dalle passate gimmick dei capitoli precedenti, le quali fanno tutte gradito ritorno in “Spirit of Justice“: abbiamo gli Psyche Locks di Phoenix, il braccialetto di Apollo, la raccolta di impronte digitali con Ema e il Mood Matrix di Athena, tutte aggiunte che fanno capolino a piccole dosi durante il gioco, senza risultare eccessive o eccessivamente esigue.

Inoltre, bisogna dare merito agli sviluppatori nell’aver ascoltato le principali critiche ricevute dopo il rilascio di “Dual Destinies“, una fra tutte, l’eccessiva semplicità degli enigmi e degli interrogatori, insieme agli aiuti forniti fin troppo generosamente. Fortunatamente in questo titolo, il livello di difficoltà pare aver subito una decisiva impennata, con svariati momenti in grado di mettervi in difficoltà, senza però risultare frustranti o troppo complessi; in quelle situazioni c’è sempre la possibilità (opzionale) di richiedere un suggerimento.

Al netto delle aggiunte specificate sopra, il cuore del gameplay di “Ace Attorney”, resta immutato rispetto ai precedenti episodi, una formula che non ha subito alterazioni, nel bene e nel male: se a molti non dispiace il classico andazzo, esiste indubbiamente una grossa fetta di giocatori che, al contrario, avrebbero gradito uno svecchiamento del solito tran tran, soprattutto se consideriamo come i capitoli spin off dedicati ad Edgeworth e all’antenato di Phoenix Wright nel giappone antico, abbiano apportato cambiamenti significativi al gameplay di base, introducendo l’esplorazione degli ambienti in 3D e un tribunale con membri della giuria: elementi nuovi e “testati” che potevano essere introdotti nella serie principale, senza risultare eccessivamente stravolta nei contenuti. Ciononostante, per quanto si possa dare contro agli sviluppatori per aver scelto la strada più facile, poco conta a cose fatte, poichè la giocabilità funziona ancora decisamente bene, nonostante gli scricchioli dell’età inizino a farsi sentire; è auspicabile un’evoluzione nei capitoli futuri, ma per il momento nulla di catastrofico da segnalare.

Graficamente è stato effettuato un piccolo salto di qualità dai modelli 3D introdotti con “Dual Destinies“, risultando più nitidi e definiti; le animazioni risultano ancora una volta fluide ed esilaranti, specialmente nei famosi eventi di “breakdown” dei colpevoli, i momenti più attesi dai fan della serie. Anche i fondali sono estremamente dettagliati e definiti e, indubbiamente, le scene migliori sono quelle ambientate a Khura’in, dove l’etnicità orientale, di chiara ispirazione tibetana, trasuda stile in ogni schermata. E non possiamo di certo tralasciare il comparto audio: le musiche e i temi sono vere e proprie gioie per le orecchie, una soundtrack che si sposa alla perfezione con i personaggi, gli ambienti e le diverse situazioni, sia comiche che serie, merito dello storico composer Noriyuki Iwadare, già autore delle musiche di “Dual Destinies

Una nota importante va riservata all’effetto 3D stereoscopico, feature chiave della console, di cui molti probabilmente non ricordano nemmeno l’esistenza: “Spirit of Justice” sfrutta appieno la stereoscopicità in quasi il 90% delle situazioni, escludendo rare istanze dove esso viene disattivato dal gioco stesso. Durante le fasi esplorative, quando c’è ben poco “movimento”, la profondità 3D funziona decisamente bene, mettendo in risalto i modelli dei personaggi dai diversi paesaggi, ma, durante le cutscenes realizzate con il motore grafico, l’effetto 3D attivo causa alcuni noiosi cali di framerate, risolvibili disattivando manualmente l’opzione; peccato, perchè, nel complesso, resta comunque uno dei giochi dove il 3D stereoscopico rende meglio.

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Il nuovo procuratore della settimana, Nahyuta Sahdmadhi: un monaco di Khura’in, fermamente deciso a donare la pace eterna alle vittime dei casi…con un verdetto di colpevolezza per gli imputati.

In Conclusione

Ace Attorney: Spirit of Justice” rappresenta, al momento, uno dei migliori Ace Attorney disponibili. Una sottotrama appassionante che collega cinque casi magistralmente scritti, nuovi e stravaganti personaggi, insieme ad una squadra di volti noti e graditi ritorni, uniti alle migliori musiche della serie. Gli unici veri difetti che gli si possono imputare sono semplicemente l’attaccamento ad una formula invariata nel tempo che inizia a sentire il peso dell’età, nonostante funzioni ancora alla perfezione. Grazie agli interessanti esperimenti effettuati con i titoli spin-off, in grado di svecchiare il gameplay in più punti, ci si poteva aspettare un’operazione simile anche in questo capitolo, invece di poche e semplici gimmicks, la maggior parte delle quali già viste. Tuttavia, nulla che riesca ad offuscare i grandi pregi di questa visual novel giapponese. L’assenza di una versione retail e di una traduzione italiana è stato un duro prezzo da pagare per averlo in occidente a soli tre mesi di distanza dal lancio giapponese, ma il tempo guarirà anche queste ferite.

Tutto ebbe inizio con un Gameboy e Pokémon Blu…Da quel momento, gli RPG sarebbero stati la sua principale fonte di nutrimento. Non disdegna una partitella con esponenti di altri generi videoludici, ma se costretto a scegliere tra fare il soldato nella Seconda Guerra Mondiale, tirare calci di rigore o esplorare dungeons con una spada e una capigliatura improponibile, lui risponderà sempre: “Le ho già comprate le Megapozioni?”

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