Dragon Quest VII: Frammenti di un Mondo Dimenticato – Recensione

Siccome sempre più spesso siamo testimoni di aride operazioni commerciali atte a ripresentarci vecchi titoli a prezzo pieno, sono sempre più esigente quando si tratta di analizzare un remake, un remaster o comunque un porting di avventure già vissute, digerite in tempi non sospetti e ormai entrate nella leggenda. Nel caso di Dragon Quest VII: Frammenti di un Mondo Dimenticato la situazione è molto differente. Si tratta sì di un remake di un vecchio episodio per PlayStation che ha venduto milioni e milioni di copie, ma mai in Occidente e che anche all’epoca della pubblicazione statunitense venne aspramente criticato per un comparto tecnico per certi versi addirittura inferiore al diretto prequel per Super Nintendo. La particolarità di questa riedizione per Nintendo 3DS non sta, tuttavia, nel semplice makeover estetico, ma nel taglio e nel ridimensionamento di una serie di meccaniche e situazioni che resero l’esperienza originale forse fin troppo “sbrodolata”.

Titolo: Dragon Quest VII: Frammenti di un Mondo Dimenticato
Publisher: Nintendo
Sviluppatore: ArtePiazza (Square Enix)
Lingua: italiano
Piattaforme: Nintendo 3DS
Data d’uscita: 16 settembre 2016

Prescelti e mondi dimenticati

Come il più classico dei J-RPG, anche la settima iterazione della serie di Enix si apre con un mistero e un gruppo di giovani protagonisti pronti a tutto pur di intraprendere una magica avventura. Ad accompagnare il muto protagonista – biglietto da visita della serie – vi sono Maribel, la spocchiosa figlia del sindaco della città iniziale, e Kiefer, il biondo e curiosissimo principe del regno in cui è ambientata la storia al principio. L’universo in cui i tre abitano è infatti limitato a una sola isola in mezzo all’oceano, che si dice essere l’unica esistente. Una serie di eventi porterà tuttavia gli ignari paladini a scoprire che non solo il mondo è molto più vasto di quanto potessero pensare, ma che la scomparsa di tutti gli altri territori è da imputare a una forza maligna dalle origini remote, pronte a tutto pur di far “frammentare” il mondo umano e inabissare così parte degli abitanti nella più profonda delle disperazioni.

La struttura narrativa di Dragon Quest VII: Frammenti di un Mondo Dimenticato prevede la scoperta e la successiva esplorazione di diverse isole partendo dal loro passato, nella speranza di risolvere gli eventi che hanno portato alla loro sparizione nel presente. Questa particolare tecnica di storytelling episodico ben si sposa alla natura portatile della console Nintendo, e permette di vivere la storia del gioco un po’ come se si seguissero gli episodi di un anime giapponese, vivendo ogni mini arco narrativo come storia a sé stante. Le tipiche atmosfere fiabesche della serie sono intatte e impreziosite da una localizzazione in italiano che esalta le colorite personalità dei protagonisti e rende alcuni passaggi per certi versi indimenticabili. Il messaggio di estremo ottimismo che traspare da ogni mini storia insegna che la più grande forza con gli uomini possono contrastare le ingiustizie e l’avanzata delle tenebre risiede nella speranza e che anche quando sembra che a tutti non vi sia una soluzione, basta un punto di vista differente per rivalutare il tutto.

Un messaggio positivo ed estremamente apprezzabile, anche se a dirla tutta, pur se interessato da un netto ridimensionamento della parte iniziale, la storia di questo settimo capitolo tende a trascinarsi forse fin troppo, impegnando il giocatore soprattutto in quei tipici meccanismi che fecero la fortuna del genere J-RPG durante gli anni ’90, ma che giunti ad oggi potrebbero indispettire anche i più pazienti giocatori appassionati. Bisogna riconoscere che gli sforzi per modernizzare il più possibile l’avventura sono comunque evidenti: la scelta di abbandonare gli incontri casuali a favore di mostri visibili sulle mappe (anche se nei dungeon è praticamente inutile), così come la possibilità di leggere in ogni momento un riassunto degli eventi recenti, sono sicuramente punti a favore per un impianto ludico che rimane comunque saldamente ancorato all’esperienza originale, pubblicata nei primi anni 2000 ma decisamente più vicina ai canoni ludici degli anni ’90.

A rinvigorire una narrazione dal ritmo forse un po’ blando rispetto a quelle delle produzioni contemporanee vi è un complesso sistema di classi, dalla crescita parallela a quella del livello di potenza dei personaggi, attraverso il quale è possibile anche ibridarle per creare combinazioni di abilità passive e tecniche di combattimento appartenenti a specializzazioni differenti. Il problema principale è che questa meccanica viene introdotta ad oltre venti ore di gioco, quando ci si aspetterebbe che il titolo abbia ormai sparatutto tutte le sue cartucce, ma in ogni caso la parola d’ordine relativa al sistema a scontri a turni è sempre e solo una: grinding disperato e senza ritegno. Anche l’esplorazione ricopre un ruolo piuttosto rilevante nell’esperienza di gioco, premiando la curiosità del giocatore con scrigni contenenti golosi pezzi di equipaggiamento e altri oggetti utili durante l’avventura.

A coronare un’operazione certosina di riscrittura e ridimensionamento di un titolo dalla lunghezza che va oltre il centinaio di ore, bisogna fare i complimenti ai ragazzi di ArtePiazza per l’abilità con cui hanno saputo modellare i personaggi e le ambientazioni, pur non esaltando per varietà e quantità degli asset grafici. Capita spesso di vedere gli stessi personaggi e le stesse strutture praticamente dappertutto, ma se non altro – a dispetto dell’originale per Sony PlayStation – ora ogni classe personaggio è adornata da un costume dedicato. Una chicca molto apprezzabile, soprattutto alla luce dell’assenza di equipaggiamento e costumi visibili sui personaggi, una caratteristica ormai divenuta imprescindibile nei nuovi capitoli della serie. Peccato poi che la colonna sonora, orchestrale nell’edizione giapponese, sia stata sostituita con campionamenti midi come nell’originale per PS1, probabilmente per problemi di licenze dell’utilizzo nel mercato Occidentale.

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In Conclusione

Dragon Quest VII: Frammenti di un Mondo Dimenticato arriva finalmente in Europa, a distanza di tre anni dalla pubblicazione in Sol Levante, portando con sé un mix di elementi classici e moderni. Il cuore della produzione rimane in ogni caso quello di un J-RPG degli anni ’90, e in tal senso non c’è da stupirsi che annoveri fra le sue caratteristiche sia i pro che i contro del genere di riferimento.


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