Hue – Recensione

La percezione dei colori è un argomento che mi sta molto a cuore, essendo affetto da una leggera forma di daltonismo che mi impedisce di distinguere perfettamente alcuni colori. Quando ho iniziato a giocare ad Hue mi sono reso conto di quanto questo gioco sia affine con il mio problema di visione.

Titolo: Hue
Sviluppatore: Fiddlesticks Games
Publisher: Curve Studios
Lingua: Inglese
Piattaforme: Xbox One, PS4, PC, PS Vita
Prezzo: 14,99 €
Data di Uscita: 30/08/2016

In un mondo fatto di nero e grigio, una scienziata inventa un artefatto, l’Annular Spectrum, che permette di visualizzare i colori e le loro alterazioni. Dopo aver vissuto per anni in un mondo monocromatico, sperimenta per la prima volta la meraviglia di percepire i colori, consapevole della loro esistenza come fenomeno fisico basato sulle varie lunghezze d’onda percepibili, ma che mai aveva avuto la possibilità di visualizzare. Però ad un certo punto scompare misteriosamente, per cui siamo chiamati a vestire i panni di suo figlio Hue per poterla ritrovare.

Il gioco è realizzato con una grafica 2D minimalista che ricorda molto il teatro delle ombre cinesi, ma funzionale al gameplay. La nostra esplorazione è legata al ritrovamento degli otto colori dell’Annular Spectrum, con i quali saremo in grado di poter risolvere i vari puzzle che si frappongono tra noi e l’amata madre.

Appena iniziata l’avventura ho trovato il colore del cielo e questo mi ha permesso di cambiare lo sfondo del gioco, per poter accedere e sbloccare una seire di passaggi all’interno di una profonda cava. Con i pochi colori iniziali i puzzle sono abbastanza intuitivi da risolvere, ma procedendo nel gioco ho trovato alcuni passaggi impegnativi, anche perché ho avuto difficoltà ad associare perfettamente i colori con i rompicapi che mi si presentavano davanti. Quindi per me l’impegno a portare a termine questa avventura è stato sicuramente superiore a quello di molti altri giocatori, perché ho dovuto affrontare anche la sfida contro il mio difetto fisico. Questo mi ha fatto apprezzare ancor di più Hue, in quanto il gioco stesso mi ha posto davanti ai limiti percettivi, costringendomi a vivere in un mondo di colori che mi è parzialmente precluso. Mi sono anche messo nei panni di coloro i quali hanno un daltonismo molto più grave del mio, cercando di capire come essi avrebbero potuto risolvere alcune sezioni. Gli sviluppatori hanno sicuramente avuto il mio stesso pensiero, per cui hanno introdotto la modalità apposita per i daltonici, presente anche in altri tipi di giochi dove il riconoscimento della palette dei colori è fondamentale, che permette di contrassegnare ogni colore con la lettera corrispondente al suo nome.

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Ma Hue non si risolve solo in una serie di enigmi “colorati”, trascinandoci anche nella storia e nei dialoghi fiolosfici della madre-scienziata, che cerca di far capire al figlio quanto la percezione sia una delle parti fondanti dell’interazione tra l’uomo e il mondo che lo circonda. Mi ha ricordato molto il bellissimo libro di Olivers Sacks, L’Isola dei senza colore, dove lo scienziato americano racconta l’anomalo caso di acromatopia che affligge gli abitanti dell’atollo micronesiano di Pingelap. Essi infatti non riescono a vedere assolutamente alcun colore a parte il bianco, il nero e le sfumature di grigio. Una frase del gioco mi ha molto colpito: “Spiegare la sensazione di dolore è come spiegare il colore a chi vede solo in bianco e nero”, che racchiude il senso filosofico del gioco che richiama direttamente all’esperienza di Sacks.

Tecnicamente la giocabilità non è eccelsa, sopratutto quando si deve cambiare colore velocemente dalla ruota sulla quale sono rappresentati, per poter superare gli enigmi più complessi. Il tempo viene solo rallentato e non bloccato quando faremo questa operazione, per cui se non saremo abbastanza rapidi , andremo incontro a morte certa.

Per evitare di ripetere troppe volte i livelli, il consiglio che posso dare è quello di cercare di memorizzare la posizione dei colori sulla ruota, per poterli selezionare il più velocemente possibile. Questo richiede tempo e pratica, ma ci evita una ecessiva frustrazione dovuta al ripetere “n” volte il solito passaggio.

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In Conclusione

Hue è un esperimento che coniuga il problem solving con la percezione dei colori, in una serie di stanze che ci portano ad una esplorazione sia fisica che filosofica. Non è un gioco esente da pecche, soprattutto per quel che riguarda la giocabilità, ma che sicuramente vale la pena di essere giocato. La grafica è semplice e minimalista, ma funzionale al gioco stesso, creando la giusta atmosfera e trascinandoci in una storia che cattura.


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