Gomorra: il successo e l’eco mediatica

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Impossibile prescindere dalle inquadrature delle Vele di Scampia per avvicinarsi in modo corretto a Gomorra – La Serie. E’ nella luce crudele che disegna il profilo dell’estrema periferia napoletana che sta la chiave per comprendere il significato e il valore della serie ispirata al romanzo di Roberto Saviano. Nessun autocompiacimento, nessun eroe, nessuna celebrazione ammantata del romanticismo che spesso accompagna la cinematografia del crimine. Semmai una pietà pasoliniana per i personaggi che giocano a scacchi con la morte, piccole pedine mosse dal tragico caso shakespeariano sullo sfondo drammatico dei quartieri nord partenopei.

Giunti all’ottava puntata abbiamo capito che le prevedibili obiezioni (sollevate soprattutto dai napoletani), le critiche di chi accusa di offrire al mondo, attraverso questo prodotto, la solita trita immagine di un’Italia mafiosa e di una Napoli camorrista hanno poca ragion d’essere. Come se “Vallanzasca” di Michele Placido avesse rovinato le cartoline con la Madunina o i film di Scorsese avessero fatto vergognare i newyorkesi. Come se il libro di Saviano fosse un fantasy o l’appendice del Signore degli Anelli.

No, tutto vero. Sceneggiato e narrato attraverso continui colpi di scena, certo, perché qui si fa cinema e non un documentario. E perché l’arte è da sempre il veicolo migliore per comunicare e far conoscere attraverso il sentire e la bellezza.

Il miracolo di Gomorra, a parere di chi scrive, non sta tanto nel successo mondiale riscosso nei 130 e più Paesi in cui è stato venduto. Risiede piuttosto nell’aver riunito i gusti dell’intera penisola e abbattuto persino le barriere di un dialetto poco amato al Nord. Una volta i torinesi del dopo boom negavano il razzismo verso i meridionali con la battuta: “Ci dà solo fastidio quando toccano le nostre donne bianche!”. Adesso il tecnico di Asti e il magazziniere milanese mi dicono: “Gomorra? Orca che bello! Io me lo guardo coi sottotitoli, altrimenti, neh, non ci capisco niente”.

Ormai sul web sbocciano gossip e illazioni, e già si parla delle serie 3 e 4 di Gomorra, attesissima dai fan. Si dice che ci saranno ancora Ciro, Genny e don Pietro. Addirittura si parla di un ritorno di Salvatore Conte. Proprio dell’attore che interpreta don Salvatore, un intenso e proteiforme Marco Palvetti, è impossibile in chiusura non parlare. Sono in molti a credere che la terza puntata della seconda serie abbia rappresentato la vetta più alta della scrittura, della narrazione e dell’interpretazione del Gomorra televisivo (almeno fino ad ora). Palvetti ha fornito una prova strepitosa, sorretta da una scrittura capace di scavare in profondità, a cui l’attore presta la sua abilità nel disegnare chiaroscuri e commuovere. Possibile che un malvagio possa esprimere tanta tenerezza, timidezza e fragilità? Marco Palvetti ci insinua il dubbio, e con esso un proliferare di quesiti ontologici, sociali e psichici. Il suo è sicuramente il personaggio più enigmatico di Gomorra, attorno al quale si coagulano innumerevoli ipotesi di sviluppo narrativo.

Il pubblico, del quale spesso i creativi sottovalutano l’intelligenza operando un desolante livellamento verso il basso, lo ha capito, e ha circondato Marco Palvetti di affetto e stima. Ricambiate da questo giovane attore napoletano di cui è facile intuire la calorosa capacità empatica. E la coscienza sicura del proprio talento.

Gomorra – La Serie FanPage
Gomorra 2 La serie – Fanpage
Marco Palvetti
Stefano Sollima OfficialPage

5 Commenti

  1. Bell’articolO, approfondito benissimo!!

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  2. Aspettavamo un approfondimento su Gomorra 2 , condivido il giudizio sul l’attore Marco Palvetti, che è’ davvero bravo!!!
    È’ vero la serie in un certo senso ha unito l’Italia.

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  3. bello veramente

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  4. belissimo gomorra forza napoli

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  5. belissima serie televisiva meglio di breaking bad

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