Quantum Break – Recensione

Non contenti di aver esplorato la dimensione noire con Max Payne e toccato la narrativa soprannaturale con Alan Wake, i Remedy Entertainment tornano sulla cresta dell’onda con un progetto nuovo di zecca a tema fantascientifico, a cavallo della sempre più gettonata formula videoludica che vede la narrazione suddivisa in episodi di un’ipotetica serie TV. Soluzione, questa, già abbozzata nel videogioco con protagonista l’emulo di Stephen King, dove i diversi capitoli della storia principale erano racchiusi fra una sigla di testa ed una di coda, con tanto di crediti fittizi e una sequenza che riepilogava brevemente gli accadimenti “degli episodi precedenti”.

Con Quantum Break i papà di Max Payne hanno potuto evidentemente contare su valori di produzione altissimi, vuoi per la politica di Microsoft Studios atta a tutelare le sue esclusive, ormai ridotte ai minimi termini, vuoi per il palese talento di Sam Lake e soci dimostrato su Xbox 360, purtroppo mai davvero valorizzato dal grande pubblico.

Titolo: Quantum Break
Sviluppatore: Remedy Entertainment
Publisher: Microsoft Studios
Giocatori: 1
Lingua: Italiano
Piattaforma: Xbox One, PC

Viaggiatori del tempo? Che vecchiume!

Prima di iniziare a descrivere sommariamente la trama del gioco, vorrei da subito chiarire che se non fosse per la buona qualità della sceneggiatura e della regia, probabilmente Quantum Break perderebbe un buon 70% del suo appeal. Di fatto la storia firmata da Sam Lake, già sceneggiatore capo della serie Max Payne e Alan Wake, funziona talmente bene da non avermi mai annoiato, intrattenendomi come nemmeno l’eccellente scrittura degli Uncharted di Naughty Dog era riuscita in passato. Il merito non è certamente da ricercarsi nelle tematiche trattate o nella presunta originalità dell’intreccio – tutte cose già viste in anni e anni di cinematografia e serie TV di Joss Whedon-iana memoria – ma nella fine caratterizzazione dei protagonisti e degli antagonisti. Nel titolo Remedy la sottile coltre di fumo che divide i primi dai secondi è talmente impercettibile da rendere credibili le motivazioni che li muovono, facendo empatizzare il giocatore/spettatore con ognuno di loro. Se nel gioco Jack Joyce è dipinto come una sorta di improvvisato eroe, nella mini serie tv si esplorano le motivazioni e i pensieri di Paul Serene e dei suoi scagnozzi, raccontando a 360° una vicenda che pur non essendo esente di buchi narrativi e qualche incongruenza riesce a risultare appassionante e ben raccontata.

Chiaramente a favore di Quantum Break gioca anche la pessima qualità media della scrittura dei videogiochi d’azione, e certamente non mi stupirei se per qualche tempo si sentisse parlare dell’ultimo nato in casa Microsoft Studios come di un buon esempio da seguire in tal senso.

Ma bando alle ciance: Jack Joyce (interpretato dall’attore canadese Shawn Ashmore) si trova coinvolto in un esperimento creato dal fratello (Dominic Monaghan) e da Paul Serene (Aidan Gillen), il suo migliore amico. Questo tragico avvenimento non solo dà il via alla storia del gioco, ma provoca la rottura del fluire del tempo (sì, avete letto bene), conferendo a Paul e Jack poteri sovrumani. Chiaramente i due si trovano ai lati opposti della vicenda e dovranno confrontarsi durante l’intera durata dell’avventura nella ricerca di una soluzione ideale per sanare la condizione di stallo in cui i meccanismi che muovono lo scorrere del tempo sono tragicamente piombati. Fra giochi di scatole cinesi, complotti, tradimenti e qualche twist inaspettato la narrazione del titolo viene arricchita da tanti documenti testuali rintracciabili negli ambienti esplorabili e da un serial tv composto da 4 episodi per 22 minuti ciascuno, nel quale vengono introdotti personaggi secondari e linee narrative parallele a quella principale. Purtroppo la tanto decantata “libertà” di modificare l’andamento degli eventi rimane una delle tante promesse da marinaio dell’industria del videogioco, e seppur l’adattamento live action concretizzi qualche succosa differenza nella parte finale, la storia voluta dagli sviluppatori per Jack Joyce è fondamentalmente quella e non può essere deviata dai binari già scritti. Poco male: il risultato finale è talmente godibile da spingere a vestire nuovamente i panni del giovane eroe anche dopo la conclusione della storia principale, magari per scoprire i risultati di una scelta diversa da quella presa durante il primo walkthrough. Che poi, a pensarci bene, un’altra delle cose che mi sono piaciute di Quantum Break è anche la durata: né troppo lungo, né troppo corto. Una corsetta veloce in una storia che non aveva bisogno di decide e decine di ore per essere raccontata, il titolo Remedy è facilmente portabile a termine in 6-8 ore anche al livello di difficoltà più alto. E prima di puntare il dito con faccia scandalizzata al dato numerico, ricordiamoci che si tratta di un gioco d’azione fortemente story driven. Va. Bene. Così.

Poteri incredibili per eroi dalla parlantina vivace

L’approccio ludico di Quantum Break è sicuramente l’aspetto meno interessate dell’intera produzione. A conti fatti si configura come un TPS con coperture, un genere ampiamente sdoganato dalla serie Gears of War e negli ultimi anni percorso da decine e decine dei franchise, come il già citato Uncharted di Naughty Dog, il primo Tomb Raider di Crystal Dynamics o il celebratissimo The last of us. Tuttavia in Quantum Break la linearità del level design è asservita a una gestione delle meccaniche di gioco che non prevede l’incedere di copertura in copertura, ma il continuo movimento evasivo sul campo di battaglia grazie ai poteri di cui è dotato il protagonista. Questo può infatti modificare lo spazio-tempo attorno a sé muovendosi a velocità iper-sonica, generare scudi temporanei, esplosioni a distanza e altre amenità introdotte con l’incedere dell’avventura, quando un’abilità si rende necessaria per uscire indenne da una particolare situazione. Proprio per questo l’interazione con muretti e superfici protettive non è nemmeno gestita da un pulsante, ma automatizzata, votando l’azione sul joypad al solo buon utilizzo dei poteri del protagonista che, addirittura, si dimostra incapace di rispondere ai colpi fisici dei nemici con un semplice pugno.

Un approccio sicuramente coraggioso, che in un qual modo rende Quantum Break unico, ma che potrebbe scoraggiare i veterani del genere e risultare disorientante, soprattutto in virtù dell’adottamento di forzature ludiche tipiche del genere di riferimento. Ad esempio capita spesso di non poter proseguire nei livelli se non si ha fatto piazza pulita di avversari nella zona come un qualsiasi shooter arena, anche quando questi si trovano piuttosto lontani e quindi poco interessati a ferirci. A gravare sull’aspetto prettamente ludico vi sono poi diversi fattori piuttosto importanti, come la scarsa varietà dei nemici (se ne contano 3-4, tutti con lo stesso pattern d’azione e minime differenze) e di armi a disposizione, l’assenza o quasi di enigmi ambientali che facciano buon uso dei poteri del protagonista e uno sbilanciamento della difficoltà che interessa lo scontro finale, dove lo spamming brainless delle capacità sovrumane del protagonista non è solamente suggerito o fortemente consigliato, ma praticamente obbligatorio. E se l’unico modo che il gioco ha per innalzare il livello di sfida è quello di lanciare contro il giocatore un numero crescente di avversari tutti uguali, forse qualche problema alla base c’è.

Per diversi mesi si è parlato di come Quantum Break spremesse a fondo l’hardware di Xbox One, restituendo un comparto grafico dalla qualità senza precedenti. Fortunatamente il gran vociare passato corrisponde a realtà e ad oggi non ricordo di aver mai visto qualcosa di così impressionante girare sulla console Microsoft. La modellazione degli ambienti e dei protagonisti è semplicemente incredibile, anche al di fuori delle scene cinematiche d’ordinanza. Gli effetti grafici che distorcono e sporcano lo spazio al manifestarsi dei poteri del protagonista sono senz’ombra di dubbio impressionanti, decretando l’eccellenza senza alcuna possibilità di smentita per l’intero comparto tecnico della produzione. Chiaramente la versione PC, appannaggio del solo Windows 10 e compatibile con le DirectX 12, si dimostrerà anche migliore, toccando risoluzioni 4K (la versione Xbox One utilizza una soluzione piuttosto originale, ma ve ne abbiamo già parlato nel nostro speciale https://www.myreviews.it/135640_quantum-break-remedy-spiega-la-risoluzione-del-gioco-xbox-one/ ) e beneficiando di tutte le primizie tecniche che solo la fortunata “master race” del gaming può vantare, ma è inutile negarlo, anche su Xbox One il gioco fa la sua (s)porca figura. Per una volta ho trovato di gran classe anche il doppiaggio italiano, malgrado sia piagato dal solito cast di voci rintracciabile nei videogiochi; in questa occasione gli sforzi di Microsoft hanno fatto sì che anche il serial tv fosse doppiato nella lingua di Dante, assicurando ai giocatori la possibilità di godersi l’intera opera Remedy in italiano. Brava Microsoft!

In conclusione

Quantum Break sembra una di quelle idee che Joss Whedon racconterebbe mettendo come protagonista una bella ragazza dal passato tormentato. Si tratta di un action game non particolarmente esaltante, in perenne debito di un comparto narrativo competente e impreziosito da dei valori di produzione che, volenti o nolenti, ne innalzano l’appeal. L’interessante sperimentazione che mette in comunicazione il mondo dei serial TV e quello dei videogiochi è il frutto di un budget che solo i Microsoft Studios potevano assicurare a Remedy Entertainment, specie dopo che quest’ultima non è riuscita ad assicurare alla sua precedente IP la popolarità a cui puntava (e, credetemi, Quantum Break è infarcito di easter egg dedicati ad Alan Wake). Se questo renda o meno l’ultimo gioco dei creatori di Max Payne un’avventura imprescindibile, lo decreterà solamente il gusto di ciascuno, quel che posso assicurare è che dietro a limiti di game design piuttosto evidenti si nasconde un prodotto tutto sommato divertente, certamente non rivoluzionario, ma dotato di una vena autoriale che solamente i cantastorie di Remedy – e pochi altri – possono permettersi.


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