Firewatch – Recensione

Nell’ambito delle produzioni indipendenti si trovano inaspettatamente dei piccoli gioielli che ci trascinano in viaggi di vario genere, sia che il tema sia fantastico, fantascientifico o anche filosofico. Pensiamo all’ottimo The Witness, a The Talos Principle o a Soma, tutti titoli che ci hanno affascinato e coinvolto, nonostante non fossero produzioni “tripla A”. Firewatch ci propone un viaggio diverso dai suoi predecessori, un’avventura nella quale la solitudine è la tela sulla quale tratteggiare un flusso di emozioni e sentimenti, dove l’introspezione viene elevata a motore dell’intero gameplay. I Campo Santo saranno riusciti a regalarci un altro gioiello indie, oppure si tratterà solo di una abile mossa commerciale? Scopritelo nella nostra recensione.

Titolo: Firewatch
Genere: Adventure
Sviluppatore: Campo Santo
Editore: Sony
Piattaforma: PlayStation 4, PC
Data d’uscita: 9 Febbraio 2016
Lingua: Completamente in inglese

Siamo Henry, un uomo qualunque, da una vita qualunque, che decide di lasciarsi per una estate alle spalle i problemi e vivere l’esperienza della solitudine del guardaboschi in una foresta del Wyoming.
Corre l’anno 1989, ma potrebbe essere un anno qualsiasi, perché le avventure non hanno tempo, solo memoria del nostro vissuto. Questa scelta temporale è sicuramente stata fatta dagli sviluppatori per privarci di tutta la tecnologia moderna, cioè di cellulari ed internet, rendendo il nostro isolamento completo, scollegandoci da ogni interazione sociale.

L’estate è calda e secca e il pericolo di incendi è sempre dietro l’angolo. Il nostro supervisore, Delilah, ci contatta attraverso un piccolo walkie-talkie e ci impartisce le prime nozioni base sul nostro compito. I primi giorni impareremo a prendere confidenza con i comandi del gioco, con l’ambiente che ci circonda, esplorando, orientandoci, cercando di capire come occupare le giornate.
Questo gioco affascina immediatamente per l’ambientazione: immersi nella natura, cullati dai raggi del sole oppure accarezzati dal vento, potremo godere degli scorci della foresta, dei riflessi del tramonto sul lago, scoprendo luoghi e ameni angoli di paradiso. L’unica altra presenza umana è per tutto il gioco la voce della sarcastica, pungente, a volte impertinente Delilah, che vive in un altro avamposto, lontano qualche miglio e arroccato in cima ad una montagna. Oltre che a darci informazioni utili, diventerà la nostra confidente e anche la nostra complice. Infatti ad un certo punto la storia prenderà una piega misteriosa, quasi inquietante, che ci porterà ad attraversare eventi difficili, cercando di scoprire cosa stia accadendo in questa strana estate.
Non vogliamo svelarvi altro della trama, anche perché è la cosa più importante del gioco, forse l’unica cosa per la quale vale la pena investire venti euro.

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Quello che vi possiamo dire di più è che la storia si ispira chiaramente ai racconti brevi di Stehpen King, quelle piccole perle di scrittura che in poche decine di pagine condensavano una tensione emotiva fortissima, che si scioglieva o in una tragedia o in un liberatorio lieto fine.
Purtroppo se la storia non fosse stata così intrigante, avremmo dovuto dare un voto veramente basso a Firewatch, perché negli altri comparti è veramente carente.
La grafica nella versione PS4, quella da noi testata, è di buona fattura, costruita bene, ricca di dettagli, ma non certo all’altezza di altre produzioni, come ad esempio The Witness, tanto per citarne una.

L’elemento veramente negativo del comparto grafico sono i paurosi cali di framerate. Inizialmente pensavamo che fossero presenti solo nelle fasi di salvataggio in-game, ma purtroppo sono apparsi random all’interno di tutto il gioco. Fortunatamente, pur essendo un gioco in prima persona, non è un FPS, per cui la giocabilità non viene intaccata. Ma è veramente inconcepibile che i realizzatori non siano riusciti a ottimizzare questo comparto, visto la cura che hanno avuto nella realizzazione dell’impianto grafico. Ci sono un sacco di dettagli, come libri, fumetti, poster, accessori, curati nei minimi dettagli, tanto da farci sentire veramente all’interno di quel mondo che hanno ricostruito con doviziosa perizia.
Non tanta cura a nostro avviso è stata usata nella realizzazione dell’ambiente esterno. Ma non tanto per quello che riguarda la realizzazione ambientale, che è varia e ricca di flora, ma per la totale mancanza di fauna. Abbiamo trovato alquanto peculiare non incontrare mai uno scoiattolo, un’anatra, o magari un orso.
Solo nelle prime fasi del gioco si incontra un cervo che scappa repentino e ogni tanto potremo giocare con una piccola tartaruga che appare casualmente. Per il resto si intuisce la presenza di fauna dai rumori ambientali, ma non se ne vede traccia. Non sappiamo se questa scelta sia stata fatta per accentuare ancor di più la sensazione di solitudine che è il fulcro di tutta la trama, oppure i Campo Santo hanno cercato di alleggerire la programmazione evitando la generazione anche della fauna.

L’altro elemento negativo è sicuramente la durata complessiva di Firewatch. In due, massimo tre ore di gioco avremo completato la storia, sbloccato tutti i trofei e fine. Nel senso che una volta finito non lo riprenderete più in mano, a meno che non vi sia rimasta qualche zona della mappa da esplorare e una volta terminato vi renderete conto di aver pagato il prezzo di un romanzo per portarvi a casa un racconto, per rimanere in tema di analogia letteraria.
Purtroppo questo elemento è ancor più deprimente rispetto ai difetti tecnici, perché ci saremmo sicuramente aspettati qualcosa di più longevo, un gioco che ci avrebbe fatto compagnia per ore ed ore, scandagliando la nostra fantasia, stupendoci con risvolti inaspettati e colpi di scena, ma così non è .

La trama ci spinge a procedere, a volte ci stringe con l’abbraccio stretto dell’angoscia, oppure ci solletica con grossolane battute comiche, ma poi si spenge all’improvviso l’interruttore e il “The End” cala con un sipario di dispiacere.

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COMMENTO FINALE

Dare un voto a Firewatch è complicato, perché sinceramente ci è piaciuto per le sensazioni che ci ha trasmesso, per la trama, per l’introspezione psicologica del nostro personaggio, attanagliato da dubbi e conflitti interiori.
Quello che non ci è sicuramente piaciuto, a parte gli evidenti difetti tecnici derivanti da un budget molto basso, è la sua durata complessiva e la totale assenza di rigiocabilità. Assieme alla trama un altro punto che gioca a favore di Firewatch è il voice-acting, che simula alla perfezione i dialoghi tra due perfetti sconosciuti che imparano con il tempo a conoscersi, a scoprire tasselli delle loro vite e a partecipare ad un flusso di coscienza condiviso.
Se magari ci fosse stata la possibilità di finali diversi, di scelte che ci avessero guidato verso strade alternative all’interno della narrazione, forse il nostro giudizio sarebbe stato migliore.
Purtroppo Firewatch è un buon racconto ma non è un buon gioco.


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