Dragon’s Dogma: Dark Arisen – Recensione

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Quando nel 2012 Capcom presentò al pubblico PS3 e Xbox 360 il suo Dragon’s Dogma, bisogna ammetterlo, molti erano ancora ubriachi di quel Skyrim di Bethesda approdato su console qualche mese prima. In realtà, devo confessarlo, ho sempre preferito l’hack’n’slash travestito da RPG made in Japan al compitino fatto in casa dagli studios americani poiché tutto si può dire tranne che Skyrim sia riuscito a far evolvere il medium quanto il suo illustre prequel: Morrowind.

E non mi sorprenderei se pubblico allora cieco e desensibilizzato nei confronti delle idee moderne e progressiste del prodotto Capcom, arrivasse a rivedere la propria opinione. Perché, oh boy, Dragon’s Dogma è forse ancora più sorprendente oggi di quattro anni fa.

Sviluppatore: Capcom
Editore: Capcom
Genere: Hack’n’slash/RPG
Giocatori: 1
Piattaforme: PS3, Xbox 360, PC
Localizzazione: Doppiaggio in inglese, sottotitoli in italiano

Un Arisen misterioso

Come dicevo prima, Dragon’s Dogma è un hack’n’slash travestito da RPG, una sorta di titolo d’azione in cui si menano (spesso) le mani e si ricorre all’antica arte dell’oratoria solamente in prossimità di villaggi, giusto per fare propria qualche conoscenza sommaria del lore e dell’ambientazione. Questa sua natura è resa evidente fin dall’inizio dell’avventura, quando, senza alcun tipo di tutorial, ci si trova faccia a faccia con draghi sputafuoco e nemici dall’aspetto temibile. Senza anticipare nulla al giocatore, Dragon’s Dogma lo immerge in un mondo ostile, dove la pianificazione tattica e l’abilità sul campo di battaglia sono due caratteristiche chiave per poter ambire a non vedere mai la schermata di Game Over.

L’approccio ludico del titolo Capcom è molto pragmatico, asciutto, quasi fin troppo semplice considerando la mole di meccaniche di cui si fa carico, eppure inaspettatamente sfaccettato e sorprendente. Partendo dalla customizzazione del proprio eroe – tra l’altro in uno degli editor personaggi migliori di sempre – che non si rivela essere solamente un orpello estetico, passando all’ibridazione di classi e alla possibilità di portare con sé un compagno d’avventura chiamato “pedina”; la stessa “pedina” può essere condivisa in rete con altri giocatori in una sorta di multiplayer asincrono persistente, quasi a voler collegare come in una ragnatela tanti universi quanti sono i giocatori impegnati nella caccia al drago.  Non si può dire che manchino contenuti e meccaniche con le quali sbizzarrirsi, sebbene, il tutto, si dipani con una certa lentezza “congenita” nel genere di riferimento. Perché quando sembra che finalmente tutti i punti della – invero annacquatissima – trama si ricolleghino, ecco che con un guizzo di genio la situazione si capovolge, si fa più complessa e, ovviamente, il gioco si apre in tutta la sua maestosità.

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Per la prima volta in un videogioco di matrice fantasy ho avvertito sulla pelle la stanchezza del peregrinare, la paura di svoltare oltre un angolo buio, l’ebbrezza di usare incantesimi che non si limitassero alle scontate palle di fuoco, ormai d’ordinanza in un qualsivoglia RPG. La fusione fra elementi esplorativi a la “Monster Hunter” e le meccaniche inedite ritagliate attorno alla sua natura simil-RPG occidentale hanno fatto sì che ogni minuto passato nelle vicinanze di Gran Soren – l’unica grande città esplorabile – fosse speso nella scoperta di una nuova zona, nell’elaborazione di una tattica per affrontare uno dei tanti grandi mostri o semplicemente nella sperimentazione delle mosse a disposizione di ogni classe. Infatti, se le abilità passive possono essere ibridate, le mosse legate all’utilizzo di determinate tipologie di armi sono ovviamente vincolate al loro equipaggiamento e, nel dettaglio, è possibile affidare per volta sei tecniche ai membri del party. Ponderare quali arti belliche, incantesimi ed equipaggiamenti portare con sé in una missione è solamente uno degli step fondamentali sui quali l’intera esperienza di gioco si fonda, pur accettando qualche pacata incursione ruolistica, come la possibilità di prendere scelte che possono modificare il corso degli eventi o quella di poter indicare un proprio love interest regalando doni a personaggi non giocanti in modo non così dissimile dal francesissimo Fable di Microsoft Studio e Lionhead Games. Certo è che, a ben vedere, quel che non concerne le meccaniche prettamente legate all’esplorazione e al combattimento potrebbe risultare forse un po’ abbozzare, come se fosse state realizzate con meno cura rispetto ai diretti competitor: nessun sistema di relazioni alla Bioware, né la grande incidenza di cinematiche dal tocco registico hollywoodiano del recente Dragon Age (ma, d’altronde, quelle poche presenti fanno la loro porcissima figura anche a distanza di anni), così come non esistono allineamenti morali di sorta o scelte che vadano realmente a incidere sulla storia, se non giusto un paio di biforcazioni cruciali. Eppure il fascino intrinseco dell’opera Capcom rimane quella di una produzione d’ampio respiro. Sì, anche senza le centinaia di migliaia di battute recitate, né l’intricarsi di sotto trame convergenti. In una sola parola: gustoso, molto più di quanto possa sembrare di primo acchito.

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Un lifting magico!

La conversione per PC ha presentato inizialmente qualche problematica di troppo: se dal punto di vista grafico e prestazionale questo Dragon’s Dogma: Dark Arisen è infinitamente superiore alla controparte console, è anche vero che al lancio erano presenti difetti inspiegabili che non permettevano di godere dell’utilizzo di tutte le funzionalità “social” di cui si fregia. Fortunatamente, a distanza di quasi due settimane dalla sua apparizione nel catalogo di Steam, ora possiamo vantarci della versione migliore di questo hack’n’slash a tema fantasy-medievaleggiante passato (ingiustamente) inosservato. Se comparto texture e geometrie poligonali sono rimaste fondamentalmente invariate, la possibilità di giocare a risoluzioni 4k e i 60 fps donano all’azione un’inedita veste pulitissima e moderna. Chiaramente se non ci si vuole impegnare troppo nella fruizione di un sistema di controllo smarmellato su keyboard, l’ideale è quello di munirsi di un joypad e darsi alla pazza gioia. Questa edizione contiene, inoltre, tutti i contenuti esclusivi e i DLC pubblicati in seguito al primo debutto su console, resi accessibili fin da subito. Si parla di capigliature extra, strumenti inediti (fra cui uno che permette il fast travel, croce e delizia dei veterani di Dragon’s Dogma) e uno scenario ambientato su una nuova isola aggiuntiva che, nemmeno a dirlo, presenta nuove tipologie d’insidie e un livello di difficoltà tarato verso l’alto. Non che non il titolo di per sé si risparmi momenti di tensione, o che il livello di sfida sia particolarmente accomodante (anzi!), ma lo scenario “Dark Arisen” è chiaramente indirizzato ai cultori del gioco principale, coloro che hanno avuto modo di completare l’avventura già diverse volte, magari apprezzando anche tutto ciò che il New Game + può offrire.

Commento finale

In ultima analisi si può affermare senza alcuna remore che Dragon’s Dogma: Dark Arisen rimane una delle produzioni giapponesi più moderne e affascinanti del genere RPG, capace di affermare la propria bontà senza pestare i piedi a prodotti similari, come la serie Souls di From Software. Se il futuro del franchise in occidente è legato al filo delle vendite su Steam, in Giappone i nostri cugini dagli occhi a mandorla se la spassano con un sequel completamente online, già lanciato su PC e PS4: credo sia il caso di supportare il nome dietro questa produzione e puntare dritti verso Dragon’s Dogma Online, non credete anche voi?

C'è chi dice che nella sua stanzetta, dietro una mole spaventosa di fumetti d'epoca giapponesi, si celino misteri infiniti. Da sempre appassionato di videogame made in Japan e delle opere animate di Kunihiko Ikuhara, dategli un qualsiasi J-RPG e lo renderete un orsetto felice.

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