Yakuza 5 – Recensione

Allontanando il triste destino di Yakuza Kenzan e Yakuza Ishin, spin-off della serie mai arrivati in occidente, posso oggi parlarvi del quinto episodio della drama-videoludico SEGA confermando che mai prima d’ora mi sarei aspettato una pubblicazione europea così tardiva e, allo stesso tempo, così ben voluta. Quando si guarda a Yakuza 5 non bisogna infatti scordare che ci si para di fronte a un prodotto del 2012, ingiustamente ritardato fino all’ultimo per il pubblico nostrano. D’altronde siamo stati a digiuno di mafiosi giapponesi dal quarto episodio, anch’esso arrivato con grande ritardo su PS3 nel corso del 2011. E a distanza di quattro anni e con l’approdo di PS4 e Xbox One sul mercato, c’è ancora posto per il gioiellino firmato da Toshihiro Nagoshi?

Sviluppatore: SEGA
Editore: SEGA
Genere: Avventura 3D
Giocatori: 1-2 (locale)
Piattaforme: PS3
Localizzazione: Testi in inglese

Bentornati a Kamuro City

Per chi non avesse avuto la fortuna di fare la conoscenza del popolare franchise (almeno in Sol Levante) di SEGA, una premessa: la serie Ryu Ga Gotoku (da noi conosciuta, appunto, come Yakuza) è una sorta di adventure 3D in cui sessioni esplorative lasciano spazio a botte da orbi e scontri all’ultimo colpo sullo sfondo di una linea narrativa ispirata alle lotte interne fra clan mafiosi giapponesi, nel gioco ritratti a bighellonare in location urbane ispirate a luoghi reali. Il perno dell’avventura tutta è Kazuma Kiryu, protagonista dallo sguardo gentile che malgrado la sua chiamata alle armi nel ruolo di street fighter senza pietà, combatte portando nel cuore un senso dell’onore capace di portarlo a battersi per i deboli e gli innocenti.

In questo nuovo episodio della serie il novello Naoto Date è accompagnato ancora una volta da un buon numero di co-protagonisti, in modo non molto dissimile dal prequel, raggiungendo  la ragguardevole somma di ben 5 volti principali, fra i quali spicca la giovanissima Haruka, ora cresciuta e decisa a scalare la vetta del showbiz nel ruolo di un’idol emergente. Ovviamente il tema che muove le redini delle storie personali di ognuno degli eroi è ancora una volta di matrice mafiosa, laddove i sogni di ognuno sembrano essere ostacolati dall’organizzazione criminale tutta tatuaggi e completi in nero.

Fortunatamente nonostante gli anni il franchise può ancora godere di una qualità dei dialoghi ben al di sopra dello standard videoludico, dimostrando ancora una volta che se i giapponesi vogliono scollarsi di dosso gli innumerevoli tropi dei j-rpg possono riuscirci senza tanti problemi. Chiaramente, giunti alla quinta iterazione, il consiglio è quello di fare amicizia con l’ambientazione e gli elementi che compongono l’esperienza ludica partendo almeno dal terzo capitolo. Con uno sforzo particolare è comunque possibile raccapezzarsi fra nomi, situazioni e quant’altro, ma essendo Yakuza al pari di una buona serie tv composta da più stagioni, non posso fare altro che consigliare di dare un’occhiata al passato recente (o meno) dell’intero marchio, specie se sul finire degli anni ’90 si era rimasti colpiti dal taglio avventuroso della serie Shenmue di Yu Suzuki.

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Corruzione e botte

Malgrado l’estesa ambientazione, qui ampliata fino al ragguardevole traguardo di ben cinque città esplorabili, il fascino di Yakuza 5 è da ricercarsi nella ricostruzione di quella vita quotidiana giapponese spesso non raccontata dai videogiochi ad ambientazione urbana.

Il ritmo di gioco è come al solito lentissimo e le prime ore sono spese a introdurre pian piano il giocatore a quella che è la nuova vita di Kazuma dopo gli eventi del quarto episodio, fra una visita al konbini e una all’arcade con tanto di attrazioni giocabili (Virtua Fighter 2 in versione Arcade Perfect compresa!). Perdersi fra le strade delle città seguendo le richieste di sconosciuti spesso porta a menare le mani, ma malgrado questo non viene mai meno la sensazione di trovarsi davvero in uno stralcio di Giappone contemporaneo, fra le vetrine di inverno e la folla di salary men che si trascinano fra un pub e l’altro alla ricerca di caldo sakè.

Il combat system è ancora una volta basato sull’alternanza di colpi deboli e forti, con un’ottima interazione ambientale che esplode nel momento in cui la barra delle mosse speciali si riempie. Questa, chiamata “heat” permette di lanciarsi in un tecniche altamente coreografiche e distruttive, beneficiando inoltre di un aumento della forza offensiva. Un po’ come la serie Batman Arkham di Rocksteady, i colpi più brutali vengono sottolineati da una regia dinamica che con zoom drammatici e slow motion di cortesia permettono di godersi la dose di violenza che ci si aspetterebbe da un racconto di mafia e giapponesi onorevoli. Chiaramente il sistema di crescita dei personaggi fa riferimento al successo sommato durante le schermaglie, con il quale è possibile aumentare i parametri classici di potenza o sbloccare nuove tecniche da utilizzare per fare neri i nemici.

E poi ci sono loro, i mini-giochi e i compiti secondari, tanto numerosi e vari da poter ambire da soli a riempire la confezione di un gioco a parte. Fra simulazioni di karaoke, danza, para para, guida (professionale) di taxi e appuntamenti con escort negli appositi host club, ce n’è davvero per tutti i gusti, fermo restando che il tutto è incastonato in un setting talmente giapponese che potrebbe svilire la collezione di giochi di SUDA 51 e di SWERY che tanto si ama sfoggiare sui social e sui forum a tema per parlare di “jappofesta”.

Per quanto riguarda il comparto tecnico, invece, il discorso è molto semplice: meglio del passato, ma ancora lontano dall’eccellenza. Per essere uno dei primi open world giapponesi e per girare sull’hardware di PS3, Yakuza 5 rimane un gran bel vedere, specie nelle scene cinematiche dove, complice la regia e la palette cromatica, ci si scorda spesso di essere di fronte a un videogioco e non a un j-drama. Chiaramente lo scotto più grande è pagato dalle ambientazioni e dalle texture che le ricoprono, non sempre in grado di brillare quanto i modelli poligonali riservati ai protagonisti. In generale il lavoro compiuto da SEGA è comunque più che buono, specie considerando la relativa vecchiaia del prodotto e la già palese differenza tecnica che intercorre fra questo e il diretto prequel. Il doppiaggio giapponese e la colonna sonora completano il tutto calando, con grande enfasi, il giocatore in un Giappone credibile e vivo, sia quando ci si trova a passeggiare fra la folla in inverno, sia quando si assiste alle scene drammatiche con i muscolosi protagonisti intenti in monologhi dall’occhietto lucido.

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Commento finale

Dopo The Witcher 3, Fallout 4 e Batman Arkham Knight si può ancora tornare indietro e riaccendere la fida PS3 per giocare a Yakuza 5? La risposta è affermativa, nonostante i limiti di design che la serie si porta addosso da sempre e dal grande ritardo maturato rispetto alla pubblicazione originale. L’ottimo intreccio, la grande atmosfera e la quantità di attività inserite nei dati di gioco sono tali da giustificare qualsiasi cosa pur di rimettere mani a questa piccola perla che, nonostante tutto e tutti, è riuscita a giungere fino a noi. Sperando che Yakuza 0 e il remake del primo episodio possano vantare un futuro altrettanto roseo.


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