Francesco (Lorenzo Ostuni, in arte Favij) e Giovanni (Federico Clapis) sono due grandi appassionati di videogiochi, al punto di trascorrere gran parte delle loro giornate davanti allo schermo. Il loro rapporto con la vita reale è difficile, Francesco viene continuamente preso di mira dai bulli della scuola, in particolare da Gianfilippo (Daniele Sodano, in arte Zoda), che rende infernale la sua esistenza, mentre Giovanni, ritenuto dalla madre affetto dal deficit di attenzione, ha sempre più difficoltà a socializzare. Un giorno Francesco scopre un incredibile macchinario che permette di portare l’esperienza videoludica ad un nuovo livello, inserendo il giocatore all’interno del gioco stesso. Inizia la cosiddetta Game Therapy.

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Perché attirare pubblico in sala con un prodotto di qualità, quando possiamo ottenere lo stesso risultato inserendo, in un prodotto mediocre, personalità di spicco dai grandi numeri? Questo è il quesito fondamentale che gira intorno al film, con la fondamentale aggiunta che le suddette personalità di spicco nulla hanno a che fare con  il mondo del cinema, nè tantomeno possono vantare la benché minima esperienza sul grande schermo. Proprio così, perché i nomi che abbiamo citato (che suoneranno inevitabilmente sconosciuti ai più) sono quelli di alcuni dei più rappresentativi esponenti della comunità italiana di Youtube, con canali rispettivamente da oltre due milioni (Favij), cinquecentomila (Zoda e Decarli) e duecentomila (Clapis) iscritti. Aggiungete a ciò un budget cospicuo (per un film italiano), e un regista che risponde all’altisonante e accattivante nome di Ryan Travis, salvo poi scoprire di essere di fronte ad un director di pubblicità televisive, alla sua opera prima sul grande schermo. Avrete i presupposti di Game Therapy.

La storia si sviluppa su due livelli ben distinti, la real life (vita reale, appunto) e la gamer life, ovvero quella che Federico e Giovanni sperimentano utilizzando questo rivoluzionario marchingegno. Attraverso poltrone che si collegano alla corteccia spinale/cerebrale (qualcuno ha detto Matrix?) infatti il giocatore può controllare un avatar (in questo caso, il proprio) all’interno di livelli che possono essere programmati attraverso il marchingegno stesso (qualcuno ha detto Gamer?). Le sezioni di gioco sono infarcite di quello che vorremmo fosse citazionismo, e che in realtà è un mero product placement dei videogiochi più famosi in uscita nei prossimi giorni/mesi, da Assassin’s Creed (Syndicate esce proprio in questi giorni), ad Uncharted (uscito la scorsa settimana), passando per qualcosa che sembra avere le parvenze di Grand Theft Auto fino al classico sparatutto (che può essere un riferimento all’imminente uscita di Call of Duty quanto al più recente The Division, a più riprese sponsorizzato dagli youtuber stessi sui loro canali). E paradossalmente, malgrado il film voglia ruotare attorno a questo argomento, la figura del gamer ne esce massacrata, a pezzi. In un film che vorrebbe nobilitare il videogiocatore, si tende invece ad inquadrarlo come un dissociato, un alienato, un disadattato. Per dirla in termini attuali, un vero e proprio “sfigato” coi fiocchi. Il bullismo ed il rapporto con la tecnologia sono inoltre affrontati con una superficialità disarmante, così come superficiale è l’aspetto psicologico dei personaggi.

Parallelamente, il film cerca di sviluppare l’aspetto più reale del film, costruendo una storia d’amore assolutamente vista e rivista tra lo sfigato di turno Giovanni e la bella e misteriosa “darkettona” della classe, Danika. Il tutto si svolge con dialoghi così assurdi e scene così insulse da risultare quasi fastidioso. Soprattutto i dialoghi non sembrano avere un reale senso, assomigliando più a degli sproloqui per riempire i buchi tra una sezione e l’altra della pellicola. Lunghi, mal scritti e ridondanti, finiscono ben presto per esasperare anche lo spettatore più paziente. I livelli recitativi, inoltre, sono ai minimi storici: Favij non si distacca più di tanto dalla quotidianità, passando più della metà del film seduto di fronte ad uno schermo con un paio di cuffie, Zoda, nelle sue sporadiche apparizioni, sbiascica qualche parola in un romanaccio da “coatto antico”. Clapis, paradossalmente, sembra essere quello più a suo agio di fronte alla macchina da presa, mettendosi in gioco e portando sullo schermo uno stile recitativo a metà tra un Renato Pozzetto ed un Massimo Boldi, risultando, tra tutti, di netto il più gradevole.

Game Therapy è dunque la dimostrazione tutta italiana che, se un prodotto va di moda, si cerca in tutti i modi di trarne il massimo profitto, anche a costo di creare un pessimo prodotto. In questa sede non siamo qui a giudicare le capacità di youtubers di Favij, Clapis, Zoda o Decarli, i cui numeri parlano molto chiaro e che indubbiamente hanno avuto l’abilità e la capacità di crearsi un prodotto ed un target ad hoc per giungere al successo. Qui giudichiamo queste persone all’interno di un lungometraggio da sala distribuito in larga scala (300 copie), ed il giudizio non può non essere quello di un film inutile nel suo esistere, non brutto (visivamente è anche gradevole), ma fatto per il mero obiettivo di spremere il più possibile quattro galline della uova d’oro, forti non tanto delle loro capacità attoriali, quanto del loro enorme bacino di utenza e della loro visibilità (i cosiddetti influencers). Youtube sarà anche il futuro, ma il cinema… il cinema è un’ altra cosa.

Scheda film

Titolo: Game Therapy
Regia: Ryan Travis
Sceneggiatura: Adam Lawson, Giacomo Berdini, Marco Cohen
Cast : Favij (Lorenzo Ostuni), Federico Clapis, Zoda (Daniele Sodano), Leonardo Decarli, Monica Faggiani, Lorenza Pisano, Elisabetta Torlasco, Elisa Piazza, Riccardo Cicogna, Jennifer Mischiati
Genere: Azione, Fantascienza
Durata: 97′
Produzione: Indiana Production, Webstar Channel e Pulse film
Distribuzione: Lucky Red
Nazione: Italia
Uscita: 22/10/15

Critico cinematografico, giurista e speaker. Classe '94, nato insieme a Dookie, Forrest Gump, Pulp Fiction e Le Ali della Libertà, ma con il cuore a Juno.

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