Water-front, enorme progetto di speculazione edilizia sul lungomare di Ostia, è destinato a trasformare la meta estiva più famosa del litorale romano in una scintillante Las Vegas, come in una Strip nostrana fatta di Casinò, alberghi e locali notturni. Per realizzare tutto ciò è però necessaria la collaborazione di un politico corrotto e immischiato con la malavita capitolina, Filippo Malgradi (Pierfrancesco Favino), di un potente criminale locale a capo del territorio investito dal progetto, Numero 8 (Alessandro Borghi), e del Samurai (Claudio Amendola), figura misteriosa erede della Banda della Magliana che funge da collante tra le varie famiglie malavitose della penisola grazie al potere e alla stima che si è guadagnato nel tempo. Sullo sfondo un Vaticano fortemente scosso dall’interno ed una realtà politica italiana in fortissima crisi, che rischiano entrambe di compromettere il piano.

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Nell’antica Roma la Suburra era il quartiere dove il potere e la criminalità si incontravano in segreto. Proprio da Roma sono ripartiti Giancarlo de Cataldo e Carlo Bonini per raccontare le vicende di un Urbe corrotta e a due anni di distanza è un maestro del genere (ormai possiamo dirlo) a prendersi la responsabilità di trasportare sul grande schermo il romanzo.  Se infatti l’opera letteraria aveva predetto quello che poi sarebbe stato il grande scandalo di “Mafia Capitale”, l’opera cinematografica di Sollima si trova invece di fronte all’arduo di compito di fare in modo che ciò che viene trasposto non sia un qualcosa che risente degli ultimi (e ultimissimi) fatti di cronaca, ma una veritiera versione in pellicola dell’originale. Che il film si presti poi ad innumerevoli interpretazioni, è inevitabile. E’ la formula stessa di Suburra, ribadita dal regista romano, ad essere vincente: è un racconto che puoi rideclinare tranquillamente nel tempo, una “bella” coincidenza che testimonia la verità che sottende al racconto di base.

La forza di Suburra sta nell’essere ovviamente slegato da ogni fatto di cronaca futuro, poggiandosi solo ed esclusivamente su due avvenimenti manifestamente reali, preceduti dai sette giorni che portano l’Apocalisse, la caduta contemporanea del potere politico (temporale) e del potere spirituale nel simbolico 12 novembre 2011. E come ogni Apocalisse che si rispetti, il clima non può essere che quello cupo, pesante, quasi asfissiante ed opprimente della pioggia che scandisce tutti i giorni che precedono il D-Day, come in un incessante diluvio (la Los Angeles di Blade Runner è qui modello ed esempio) dai toni biblici che finisce per mondare tutto il male, il marcio e lo sporco di una città malata, ferita aperta e purulenta che non smette di secernere criminalità e violenza. Il tutto sulle gravi e martellanti note di una colonna sonora perfetta, con l’assordante Outro degli M83 (goduria per l’apparato uditivo) a scandire i momenti drammatici con un range di toni che va dallo sgomento all’epico.

In questo Sollima è maestro, collocando all’interno di questo spettrale panorama ciò che gli riesce meglio, ovvero una cerchia di protagonisti credibili (come erano credibili quelli delle serie televisive di Romanzo Criminale e Gomorra), mai stereotipati, perfettamente calati nel clima di Roma. Ogni personaggio, ed è qui che eccelle la certosina cura nella scelta del cast, ha un suo ruolo ben preciso (benchè siano meno della versione cartacea), e si pone nel film nella maniera più giusta. Ciò spicca soprattutto nei personaggi interpretati dagli attori meno gettonati rispetto al trio Favino-Germano-Amendola, come Alessandro Borghi, molto convincente nel suo ruolo alla “Al Pacino di Ostia”, forse l’unico a credere davvero nel sogno Water-front, così come convincenti sono le controparti femminili Greta Scarano e Giulia Elettra Gorietti, moglie del boss ed escort di lusso del politico. Proprio il ruolo delle donne emerge con un impeto inaspettato e progressivo. Il sesso debole infatti mostra tutto tranne la debolezza, agendo quasi da “etère greco-classiche” ovviamente contestualizzate nel brutale clima del film. La donna sa e agisce, pericolosa e vendicativa.

Malgrado un’originalità innegabile, la pellicola attinge inevitabilmente da Le Mani sulla città di Rosi, sempre trattando vicende fittizie, in una realtà sociale differente. I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, è autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce, recitava una tagline del film, quasi applicabile in toto all’opera di Sollima. Suburra ha le uccisioni di un western, un ritmo martellante di un thriller, i protagonisti di un gangster movie, conscio dell’ormai collaudata divisione in capitoli (giorni, in questo caso). Lo spettatore compie un’esperienza mentale e visiva che lo porta dai sobborghi della capitale al kitsch delle case degli Anacleti, dagli scranni parlamentari ai locali “bori” del lido di Ostia, fino alle silenziose e misteriose stanze vaticane. Suburra non è solo un viaggio nella Roma puttanona, borghese, fascistoide […] quella Roma dei casini, delle approssimazioni, degli imbrogli […] quella Roma dimmerda! decantata dal compianto Remo Remotti, ma nella Roma del fango, dello sporco, del sangue, dell’ambizione, del potere come autocompiacimento di se stessi, nella distruttiva corsa verso di esso. Come in ACAB Sollima non giudica, descrive. Una situazione fittizia, è vero. Il fatto che tutti la sentano così attuale non può far altro che spaventare.

 

Scheda film

Titolo: Suburra
Regia: Stefano Sollima
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Giancarlo De Cataldo – Carlo Bonini (soggetto)
Cast : Pierfrancesco Favino, Elio Germano, Claudio Amendola, Alessandro Borghi, Greta Scarano, Giulia Elettra Goretti, Antonello Fassari, Adamo Dionisi, Jean-Hugues Anglade, Giacomo Ferrara
Genere: Drammatico, Noir, Gangster
Durata: 130′
Produzione: Cattleya, RAI Cinema
Distribuzione: 01 Distribution
Nazione: Italia, Francia
Uscita: 14/10/15

Critico cinematografico, giurista e speaker. Classe '94, nato insieme a Dookie, Forrest Gump, Pulp Fiction e Le Ali della Libertà, ma con il cuore a Juno.

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