Nel lontano 1953 Edmund Hillary e lo Sherpa Tenzing Norgay fecero la storia dell’alpinismo e dell’uomo scalando il Monte Everest, la vetta più alta del pianeta con i suoi 8848 metri. L’utilizzo di metodi di ascensione progressivamente più sicuri ridusse di moltissimo il numero delle perdite nel tentativo di scalare la montagna, ma il 10 maggio del 1996 due spedizioni guidate da Rob Hall e Scott Fischer, a causa di vari incidenti di percorso, ritardarono la discesa ed incapparono in una violentissima bufera. Quattordici furono le vittime, tra cui le guide stesse della Adventure Consultant e della Mountain Madness.

Italy_Everest_Trio

Venezia 72 si apre dunque all’insegna del film storico nel raccontare la terza più grande tragedia avvenuta durante una scalata del monte Everest. A capo delle due sfortunate spedizioni due tra gli attori più carismatici ed in forma del momento: Jake Gyllenhaal (recentemente impegnato in un altro film sulle sfide dell’uomo, Southpaw) e Jason Clarke (nei panni di John Connor in Terminator: Genysis). Il regista islandese Baltasar Kormákur, a 3 anni da Cani Sciolti con Denzel Washington e Mark Wahlberg, torna sul grande schermo con un’occasione più che ghiotta, forse la sua più importante, almeno finora, sul piano della regia. Ai già citati protagonisti si aggiunge un cast di assoluto rispetto, da Keira Knightley a Robin Wright, oltre a Josh Brolin e Sam Worthington. Il tema della pellicola inoltre sembra prestarsi piuttosto bene al kolossal grazie anche all’ambiziosa introduzione del 3D (che in laguna non si vedeva da un paio d’anni, precisamente dal pluripremiato Gravity di Alfonso Cuaròn).

Dati alla mano sembrano esserci tutti i presupposti per un’eccellente apertura di Festival. Nella prima ora però Everest è tutt’altro che un film accattivante e coinvolgente. I primi sessanta minuti infatti mettono subito in chiaro l’intento di Kormàkur: parlare non tanto della tragica scalata all’Everest, ma ciò che ha spinto l’uomo a ciò, l’irrefrenabile desiderio di voler vincere sulla natura, di appagarsi attraverso un’impresa titanica, raggiungere qualcosa oltre la propria portata. Quando si scala l’Everest, oltre i 7000 metri comincerete a morire lentamente. Questo estratto testimonia la voglia del film di comprendere cosa c’è alla base della mente umana per voler affrontare un qualcosa per cui l’uomo non è stato progettato. Alla base c’è qualcosa di più profondo di un dramatic-adventure, è impossibile ridurre la produzione ad una semplicistica cronaca di una tragedia. I temi oscillano tra una concezione biblica e mistica della vita, sul futuro, sui problemi, sui nostri sogni.

Costruita questa solida base filosofico-religiosa, Everest si perde sugli aspetti più pragmatici ed evidenti. Malgrado un cast stellare (e purtroppo, poco amalgamato) i personaggi sembrano essere tutti lo stereotipo di sè stessi. Non c’è un profilo psicologico valido o che il film si sforzi di approfondire. Gli stessi protagonisti Rob Hall e Scott Fischer, personalità agli antipodi, si riducono ad essere rispettivamente un personaggio positivo ed un personaggio ambiguo con tendenze negative. Non c’è una vera e propria prova attoriale che marchi indelebilmente l’interpretazione, ma tutto sembra ridursi ad una serie di evanescenti comparse, ognuna con il suo ruolo superficialmente abbozzato, spesso ridotto all’esternazione della motivazione che li spinge a compiere la scalata. A ciò si aggiungono dei ritmi narrativi non sempre esaltanti e delle fasi in cui il film rallenta eccessivamente risultando molto compassato. Il film carbura e accelera vistosamente nel finale, avvicinandosi al tragico epilogo. Il nuovissimo 3D IMAX aiuta molto in alcune scene, esaltando panorami mozzafiato e dirupi spaventosi frutti di un curato misto di eccellente fotografia (Nepal, Trentino) e ottimi effetti speciali e CGI. Nella restante parte di pellicola invece risulta totalmente inutile (sostanzialmente, come detto, l’intera prima ora).

Possiamo davvero dunque definire Everest? E’ qualcosa che idealmente va oltre i canoni di genere, fatto di forte riflessione suscitata più successivamente che nel corso della visione. Facendoci riflettere sulla volontà umana sa stupirci, meravigliarci, lasciarci attoniti… quando vuole. A livello narrativo il film fatica moltissimo vivendo della luce riflessa delle sue forti e magnetiche scene chiave. Everest ha le carte in regola per piacere, ma non quelle per convincere nella sua esasperata trascendenza e nel suo poco pragmatismo. Nell’elencare tutto ciò, abbiamo dimenticato cosa Everest non è. Un film adatto ad un’apertura di un festival cinematografico.

Scheda film

Titolo: Everest
Regia: Baltasar Kormákur
Sceneggiatura: Simon Beaufoy, William Nicholson
Cast : Jake Gyllenhaal, Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Keira Knightley, Robin Wright, Michael Kelly, Sam Worthington, Emily Watson, Elizabeth Debicki, Martin Henderson, Naoko Mori
Genere: Avventura, Drammatico
Durata: 121′
Produzione: Universal Pictures, Cross Creek Pictures, Walden Media, Working Title Films, RVK Studios, Free State Pictures
Distribuzione: Universal Pictures Italia
Nazione: USA, Regno Unito, Islanda
Uscita: 25/09/2015

Critico cinematografico, giurista e speaker. Classe '94, nato insieme a Dookie, Forrest Gump, Pulp Fiction e Le Ali della Libertà, ma con il cuore a Juno.

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