Flop But Top – Siren: Blood Curse

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Siren: Blood Curse, titolo di cui ci occupiamo oggi in Flop But Top, ha una lunga storia alle spalle in quanto remake di quel Forbidden Siren uscito nel 2004 e sviluppato dal team Project Siren, nato dalle ceneri del Team Silent a cui dobbiamo la saga di Silent Hill.

La maschera di Hanuda

In realtà nemmeno l’originale Forbidden Siren ebbe un grandissimo successo: nonostante mantenesse fede alle atmosfere di Silent Hill, la difficoltà, che variava tra l’ostico ed il frustrante, i comandi legnosi ed un asfissiante backtracking furono tutti elementi che vennero accolti con poca clemenza da parte di critica e pubblico.

4 anni dopo, e dopo un sequel che riuscì a migliorare parzialmente la formula originale, su PS3 approdò il remake di cui parleremo nel dettaglio.

La lugubre storia ci riporta ad Hanuda, un antico e misterioso insediamento la cui popolazione xenofoba non è il miglior invito a trascorrervi le vacanze.
Aggiungiamo a questo la presenza di un culto dedito ai sacrifici umani e tutti i cliché horror ci sono.

Siren Blood Curse

Quello che può sembrare un rifugio nasconde quasi sempre orrori più grandi

Questo però non impedisce ad una troupe televisiva di girare un documentario sulle leggende che ruotano attorno al piccolo paesello giapponese, finendo però in una spirale di morte e orrore.

Racconti simili si sentono in continuazione da quando H.P. Lovecraft pubblicò “La Maschera di Innsmouth” nel secolo scorso.
Fortunatamente, Siren: Blood Curse rientra nella cerchia di prodotti che ha saputo gestire alla grande il materiale di partenza: ogni edificio decrepito, ogni strada desolata vivono di vita propria, trasudano il degrado di un mondo malato ed estremamente disturbante su cui aleggia il manto delle superstizioni e credenze locali che celano l’esistenza di entità malvagie i cui obiettivi sono sconosciuti anche ad alcuni dei loro adepti.

Con gli occhi del nemico

La trama inizia in medias res, con i nostri protagonisti spettatori inermi di una crudele cerimonia interrotta improvvisamente. Tale interruzione ha il catastrofico risultato di dare vita agli orribili Shibito, zombi le cui facoltà intellettive sono parzialmente rimaste intatte ma desiderosi di eliminare chiunque si pari di fronte a loro.

Ciò che rende queste creature nettamente più inquietanti dei classici non-morti di Resident Evil è osservarli mentre si muovono ciclicamente per gli ambienti di gioco, compiendo azioni quotidiane come cenare o zappare la terra, tradendo la loro natura solo nel momento in cui ascoltiamo gli orribili rantoli e grida che emettono per comunicare.

Bloccati in un incubo ad occhi aperti, controlleremo di volta in volta i vari personaggi e sono sufficienti pochi minuti col pad alla mano per cominciare ad avere i brividi lungo la schiena mentre si esplora un corridoio, consci che da un momento all’altro potremmo sentire una risata sinistra che preannuncia un assalto alle nostre spalle.

L’unico aiuto a nostra disposizione è il sightjack, ovvero la possibilità di vedere attraverso gli occhi di tutti i nemici che ci circondano: l’utilità effettiva di questo “potere” è in realtà diminuita rispetto ai due capitoli per PS2 ma rimane cruciale in più momenti dell’avventura.

Siren: Blood Curse

Tramite il Sightjack è possibile scoprire la presenza di altri nemici… Purtroppo spesso è troppo tardi per uscirne vivi

Per il resto, l’unico modo che abbiamo per sopravvivere è affidarci alle ombre ed al sotterfugio: pistole e fucili sono infatti rarissimi, non di rado vengono usati contro di noi con effetti letali e spesso ci si deve arrangiare con armi non convenzionali come le accette e ciononostante i nemici torneranno sempre in vita dopo qualche minuto per quanto cerchiamo di disfarci della loro carcassa.

Non mancano quindi fughe a perdifiato ora cercando la salvezza rintanandosi in un antro buio, ora barricandoci dietro una porta sperando che prima o poi il nostro inseguitore demorda.

Ambiguità e colpi di scena

Una delle caratteristiche più marcate dei due Siren per PS2 era il modo in cui veniva narrata la storia: episodi vissuti attraverso gli occhi di più personaggi e presentati in forma non cronologicamente corretta.

Il risultato era un enorme puzzle che richiedeva tempo per essere compreso, spesso dovendo completare gli stessi livelli numerose volte per poter trovare oggetti o compiere azioni che scatenassero una reazione in un’altra missione e così via.
Da un lato si trattava di una scelta intrigante, dall’altra rendeva estremamente complicato comprendere il corso degli eventi.

La scelta presa per questo remake è stata quella di tornare ad una normale narrazione cronologica ma non per questo facendo venir meno le ambiguità di una storia che propone paradossi temporali, personaggi mossi da fini oscuri e quant’altro.

Se è vero che le varie personalità con cui veniamo a contatto non vantino un grande carisma è indubbio che chi si farà strada fino al finale avrà il suo colpo di scena inaspettato.

Orrori del mondo ed orrori del gameplay

Siren Blood Curse

Sfuggire alle prese degli Shibito richiede spesso l’uso del motion controller

Per quale ragione allora un titolo horror così affascinante ed inquietante ha miseramente floppato?

Innanzitutto, i precedenti Siren non vennero mai accolti dal grande pubblico, rimanendo sempre delle esperienze di nicchia; la successiva campagna pubblicitaria per Blood Curse non fu minimamente paragonabile a quella di altri titoli first party di Sony, cosicché solo i fan sfegatati del genere potessero interessarsi.La vendita in forma episodica del prodotto su PS Store riuscì a riparare parzialmente questa problematica.

La critica comunque lodò i risultati raggiunti dal team di sviluppo, a fronte di difetti indiscutibili: il gameplay, per quanto affinato, era ancora estremamente legnoso e gravato da sequenze fin troppo frustranti (in primis quelle che ci mettevano nei panni di una bambina incapace di difendersi con conseguenti game over istantanei).
La peggior pecca di tutto l’apparato ludico restava però lo scandaloso backtracking:  le splendide location, per quanto meravigliosamente realizzate, sono pochissime e saremo costretti a riesplorarle più e più volte, spesso assistendo a cambiamenti solo delle condizioni atmosferiche. Se ciò basta ad affossare parzialmente la valutazione di un qualsiasi videogioco, in questo caso è un elemento ancor più marcato: se nelle prime ore di gioco usare il sightjack ci aiuta limitatamente poiché non saremo in grado di comprendere bene la posizione dei nemici, una volta imparate a memoria le varie location vi basterà dare uno sguardo alla visuale di uno shibito per capire perfettamente dove si stia nascondendo.

L’infausto risultato è che le ultime fasi di gioco diventino un noioso intermezzo che va necessariamente superato per poter giungere al finale.

Commento finale

Siren: Blood Curse è un titolo notevole nel panorama horror che certamente avrebbe riscosso più successo se fosse stato distribuito negli ultimi 2 anni in cui abbiamo assistito alla rinascita di questo genere. La scarsa pubblicità ed un gameplay apprezzabile prettamente dai puristi del survival horror non hanno fatto altro che sancire l’affossamento di una serie che meritava – e merita ancora – di essere riscoperta e, in un futuro si spera non troppo distante, riportata in vita

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