Flop But Top – Brutal Legend

Se pensavate che questa rubrica servisse soltanto a dissotterrare corpi videoludici putrescenti, artefatti remoti e lontani generazioni non potevate credere nulla di più sbagliato sicché, i crimini delle regole di mercato nei confronti di giochi brillanti ma, purtroppo “diversi”, non lasciano scampo neanche in tempi contemporanei.

Il titolo che andiamo ad esaminare oggidì è dunque fresco fresco di stroncatura commerciale. Partorito nel 2009 da quel geniaccio di Tim Schafer, al lavoro in tempi non sospetti sui primi due capitoli di Tales of Monkey Island e Psychonauts (questo sarebbe un altro ottimo candidato per la rubrica…) e del suo team Double Fine Production.
L’istrionico Tim decide, un po’ a sorpresa, di plasmare la sua nuova creatura su una premessa tutta strampalata ma oltremodo brillante. Brutal Legend, sarà il nome del titolo, è verterà tutt’intorno al genere Heavy Metal. Pregno di collaborazioni con artisti noti e rimandi deliranti al genere dei rocker più dissennati.

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Come resistere dallo stropicciarsi gli occhi di fronte al mondo di gioco, sempre ad un passo dalla pura follia!

Un vero Guitar Hero!

Come diamine si fa a fare un gioco sull’heavy metal che non sia un simulatore di band o un titolo guitar hero orientend? Ebbene Brutal Legend ha tutte le risposte necessarie, la struttura di gioco è quella di un free roaming e vede il protagonista, il rodie Eddie Riggs (plasmato sulle fattezze dell’attore, compositore, cantante Jack Black) perdere la vita dopo un catastrofico incidente su un palco su cui lavorava, data la peculiare discendenza, il suo sangue colato sulla fibbia della sua cintura, unico ricordo del padre, risveglia una creatura mitologica, la Bestia Ignea, che per salvar lui la vita lo catapulta in un passato remoto e brutale dove a farla da padrona sono le sacre leggi del metal ed il panorama è disseminato da opere lasciate dai sacri dei del metallo.
In questo mondo sconvolto e sconvolgente un poco nutrito manipolo di uomini cerca di riportare in auge la voglia di libertà e di autolesionismo seminichilista del rock più duro ma viene ostacolato ed oppresso dall’ambiguo generale Lyonwhite (magistralmente doppiato da Robert Halford, ex leader dei Judas Priest) che invece sogna un futuro di caos più strutturato e “commerciale” per quelle terre graffiate dal metallo.

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Tra le unità disponibili come non citare gli headbangers, che sopprimono i nemici dandogli di capoccia.

Metal Heart

A sorprendere fin da subito è il grande dispiego di fantasia utilizzato per portare su schermo un’ambientazione tanto strampalata, ancorata ad una premessa ancora più sconclusionata, un mondo interamente heavy metal? Soltanto a dirlo vien da ghignare, eppure il tutto è concepito con tale passione e competenza da risultare magnetico: pianure disseminate di marmitte piantate a mo’ di alberi nel terreno, monti sovrastati da enormi mani tricornute, promontori scavati e scolpiti con forme a chitarra… le citazioni si sprecano ed il numero di trovate estetiche è così abbondante e… fuori luogo da centrare in pieno il bersaglio e lasciare un’impressione potentissima. Una certa cura è addirittura indirizzata all’intreccio di vicende che narrano la creazione di suddetto mondo, verso le quali non è mai chiaro se doversi rivolgere con spirito goliardico e bonario o prendere maledettamente sul serio, al confine di un credo del metallo dotato di parametri quasi religiosi. Insomma l’utilizzo della “musica del demonio” non è solo una scusa per prendere in prestito materiale a più non posso ed accontentare chi lo predilige ma un ottimo spunto per creare idee nuove e riempire il gioco di soluzioni originali e pittoresche.
Non solo gli ambienti godono di siffatta cura, anche i personaggi tradiscono un innato carisma, spaziando da leader ribelli che sembrano usciti dalla copertina di un album power metal anni ‘80, headbanger dalla testa dura che pensano solo a pogare e disfarsi di birre e suore demoniache costrette in abiti di pelle nera…

Guardian

Il guardiano del Metal da cui sbloccare i potenziamenti è uno dei molti volti noti della scena heavy, passate da lui anche solo per ascoltare i suoi spassosi dialoghi.

Please the fu****g gods!!!

Tornando a noi, il buon Eddie trova al più presto che le leggi caotiche e sanguigne di questo “nuovo” passato gli calzano a pennello e che non può restare indifferente all’oppressione riservata ai ribelli che vogliono vivere liberi le leggi del metallo (non mi stancherò mai di scriverlo ndr).
La sua chitarra “Clementine” acquista poteri sensazionali se suonata qui, una sola nota può infatti scatenare una pioggia di fulmini mentre accordi interi generano onde d’urto dall’impatto devastante. Ritrovata una buona arma da difesa, un’ascia chiamata il Separatore, il nostro è pronto a lanciarsi prepotente nella mischia.
Per spostarsi nell’estesa mappa di gioco potete evocare in qualsiasi momento, usando degli assoli suonati con la chitarra (ricorda un po’ Zelda quando richiamate il cavallo Epona con l’ocarina), un fiammante bolide, il Falciadruidi, mezzo più che adatto per schizzare tra le brulle lande di gioco, esplorare e procacciarsi subquest e missioni. Con l’intento principe di soddisfare gli asi del metallo e di ricavare Tributi di Fuoco, da spendere poi per potenziare le proprie abilità belliche o il bolide (che può essere “adornato” di mitragliatrici, mine, paraurti ad ariete ad altre amenità varie).
Il gameplay iniziale pare quasi assecondare l’idea che Brutal Legend sia un epigono, nemmeno troppo riuscito, di molti hack ’n’ slash contemporanei, ibridato con delle meccaniche da free roaming tra uno scontro e l’altro ma, i limiti che sembrano ammantare il sistema di battaglie, svelano presto la natura duplice del prodotto: dopo qualche scorribanda nelle terre del metal si incominciano a rinvenire i primi alleati, che è possibile controllare in tempo reale dando vari comandi, il tutto, perdonate l’approssimazione, ricorda un po’ un Pikmin in salsa Hard Rock (!!!!) e prepara il palcoscenico per le battaglie… palcoscenico…

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Il bolide è una vettura piuttosto basilare all’inizio ma troverete presto di che aggiungere alla carrozzeria.

Pogo!

Trovati abbastanza commilitoni per servire la nostra giusta e rocciosa causa il titolo comincia a presentare le prime battaglie leggermente più strutturate e qui mostra la sua anima da strategico in tempo reale. In punti prestabiliti dalla storia bisogna reinventarsi generali e strateghi guidando le proprie unità verso la base nemica premurandosi che la propria (rappresentata da un palcoscenico appunto) rimanga intonsa, si gestiscono risorse per produrre nuove di nero pinte unità, si conquistano presidi per avere più risorse e così via… il tutto risulta abbastanza all’acqua di rose ma è la freschezza delle idee e l’accessibilità dei contenuti a portare ad un risultato vincente nonché l’originalità delle unità di cui potete disporre. Il bello è che il titolo istruisce il giocatore lentamente e lo rende conscio di tutte le sue possibilità in maniera graduale e senza mai fornirgli informazioni ambigue. Una lenta, ma sempre fresca, ascesa a tutte le features racchiuse nel gioco, che rimangono sempre disponibili lungo tutta l’avventura; sì, potete evocare il Falciadruidi anche durante una battaglia palcoscenico o suonare uno dei tanti assoli di chitarra ritrovati per la mappa, dotati di effetti speciali da sfruttare in maniera strategica.
Anche quando penserete di aver visto tutto il titolo si apre nuovamente, con altre ambientazioni, sempre più grottesche, languide ma ambiguamente affascinanti, dettagli sulla trama, molto piacevole e ben narrata seppur genuinamente imbecille e costantemente su di giri.

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Questo gigantesco aracnide produce corde da basso dallo spessore improponibile, convincerlo a ricamarvene una non sarà facile.

Stecca…

Brutal Legend non è un gioco perfetto, l’aspetto free roaming è un po’ datato ed anche se vagabondare con la Falciadruidi è sempre sollazzante non c’è moltissimo da fare per la mappa di gioco. Esplorare per trovare gli assoli è sfizioso e ci sono anche dei peculiari totem drago da attivare per ricevere potenziamenti vari, ma salvo questo e qualche missione secondaria, piacevoli ma spesso derivative e diluite, il girovagare per le ambientazioni si scopre quasi più un’esperienza visivamente sollazzante che non intrigante per il level design in sé. Anche il sistema di combattimento, che certo ha l’arduo compito di doversi incastrare nelle dinamiche da strategico in tempo reale, pare leggermente castrato ed afflitto da un paio di magagne, in primis un motore fisico non sempre soddisfacente ed una certa pesantezza di fondo nello svolgere certe azioni. Nulla che rovina la festa nemmeno sul lungo periodo, sia chiaro, ma una gestazione del titolo più lunga avrebbe potuto aiutare in tal senso.

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La seconda ondata di ambientazioni è, se possibile, ancora più ammaliante della prima e rende onore alle tonalità più deprimenti e funeree del Metal.

Bass, Middle, Gain, Reverb, Master…

Una menzione a parte merita il comparto sonoro, partendo dalle musiche prese in prestito dalle band più influenti del panorama del rock duro e che si possono ascoltare a piacere una volta sul Falciadruidi; ce n’è per tutti i gusti, dal thrash granitico di Metallica e Megadeth, alle sonorità brittaniche decadenti di Black Sabbath e Judas Priest, al rock più agitato e scriteriato di Scorpion, Motley Crue… e molti altri ancora! Peccato che a conti fatti la mancanza di più materiale originale si faccia un po’ sentire.
Difficile comunque lamentarsi di una selezione tanto granitica ed ancor più arduo muovere critiche verso l’ottimo doppiaggio inglese, capitanato da Jack Black nelle veci (o voci… ehm…) del protagonista e coadiuvato da una serie di cameo tanto fuori luogo quanto spassosi.
In generale bisogna osservare con quanto rispetto e competenza l’intera questione heavy metal sia stata trattata, è facile tentare di battere cassa sulla passione altrui e cercare di avvantaggiarsi adescando una certa nicchia di pubblico ma chi segue questo genere musicale sa con quanta delicatezza (che ossimoro!) bisogna introdursi per parlare correttamente di certi argomenti ad esso legati. Insomma, a passare per poser ci si mette un attimo ma è la devozione e la serietà che permeano l’opera a brillare di luce propria. Il gioco non solo utilizza l’immaginario della musica più dura che ci sia per meri fini estetici o di richiamo ma cerca di scavare in quelle che sono le ambizioni, le perplessità ed anche le fobie del “metallaro” medio. La paura atavica del mercato di massa, che svilisce la figura del musicista e renda la sua produzione più vuota, il timore della depersonalizzazione e canonizzazione degli usi. Temi che si ritagliano un proprio spazio nella seppur folle e ridanciana trama, che proprio perché costantemente su di giri, violenta senza causa, insensata e fragorosa rappresenta al meglio lo spirito rabbiosamente goliardico di un genere perennemente additato come malevolo ma in realtà ben conscio delle proprie leggerezze e contraddizioni.

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Questa rapsodica partitura si conclude però su una nota che più stonata non si può, non per colpa delle lacune del titolo o di errori del team di sviluppo ma per via di un mercato sempre poco pronto a recepire le novità. Brutal Legend riscuote un indiscusso successo di critica, con le maggiori testate che si sperticano in lodi e voti generosi, ma inciampa malamente nelle vendite. Nel solo primo mese i risultati sono così deludenti che la stessa EA (che distribuisce il gioco) spera nell’effetto passaparola per ravvivare la situazione, cosa che, purtroppo, non si verificherà mai. E’ proprio questo il motivo che ci ha spinti a dare la precedenza al qui presente titolo da inserire in questa solenne rubrica, perché, per quanto in futuro sicuramente parleremo di altri giochi che il fato ha tristemente abbandonato, a parte mondare il loro fallimento con una sorta di epitaffio celebrativo e donare loro un po’ di momentanea notorietà, c’è ben poco che possiamo fare d’altro, mentre per Brutal Legend c’è ancora speranza. Il titolo è venduto a prezzi ragionevolissimi e se vi avanza qualche spiccio vi candeggiamo fortemente l’acquisto, anche se non siete metallari accaniti, o fan della musica dura in genere.
Quello di Brutal Legend è un viaggio indiavolato ed originalissimo, esteticamente inattaccabile e tremendamente divertente. Double Fine Production ricama su un’idea balzana una avventura con tutti i crismi, dal gameplay pulito ed a suo modo fresco, originale, creando, grazie alla grande competenza nel maneggiare materiale così delicato, un genere tutto nuovo: signori questo titolo non è soltanto uno strategico in tempo reale o un action free roaming, questo titolo è fottuto heavy Metal.


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