Flop But Top – Spec Ops: The Line

Flop But Top è la nuova rubrica in ambito videoludico di MyReviews in cui ci occuperemo di titoli di ogni età che, per limiti tecnici o una generale diffidenza da parte di pubblico o critica, non hanno potuto mettere in luce le proprie qualità finendo nel dimenticatoio, cercando al contempo di comprendere i motivi di tali flop.

Nonostante alcuni titoli siano riusciti col tempo a venire alla luce invece che rimanere nel limbo videoludico – come è successo per ICO & Shadow of the Colossus che hanno addirittura giovato di un remaster in HD – molti altri ancora oggi rimangono misconosciuti.

Flop But Top vi propone oggi un approfondimento su un gioco appartenente ad un genere che generalmente vanta un enorme seguito, quello degli sparatutto: Spec Ops: The Line.

Aveva tirato le somme e aveva giudicato. “L’orrore!”

Spec Ops: The Line è un TPS multipiattaforma del 2012 degli Yager Entertainment distribuito dalla 2K Games che ci vede nei panni del soldato Walker, capitano di un team della Delta Force, impegnato a raggiungere una Dubai devastata da una violentissima tempesta di sabbia e completamente isolata dal mondo esterno, nel tentativo di trovare il 33° battaglione dell’Esercito il quale ha deciso di rimanere nella città per salvare i superstiti ormai abbandonati al loro destino.

Le premesse del titolo sono decisamente le più canoniche: come prevedibile in breve tempo le cose prendono una brutta piega, con il nostro protagonista e i due comprimari, Adams e Lugo, attaccati senza motivo apparente da alcuni miliziani che inspiegabilmente sembrano opporsi al 33° battaglione.

Il gameplay peraltro non si distingueva dagli altri più classici cloni di Gears Of War, la cui struttura di shooting con sistema di copertura ha ormai fatto scuola.
Ciononostante il sistema di gioco risultava alquanto solido e prevedeva la possibilità di comandare ai nostri commilitoni di attaccare uno specifico bersaglio oppure utilizzare una granata flashbang per permetterci di uscire dalle situazioni più disperate. Un’altra caratteristica che dava un tocco di varietà al tutto era la sabbia, visto che poteva essere usata a proprio vantaggio distruggendo barriere o vetrate per far sì che essa sovrastasse i soldati nemici oppure facendo innalzare un polverone usando le granate e crearsi così una copertura, senza contare le occasionali tempeste di sabbia che colpivano il giocatore durante i combattimenti.

Il difetto che maggiormente minava il gioco degli Yager era certamente l’IA: da un lato quella alleata che, una volta ricevuto l’ordine di ingaggio, si lanciava nel mezzo del campo di battaglia pur di eliminare l’obiettivo (costringendoci poi a rianimare il compagno caduto) e dall’altro quella nemica che seguiva pattern decisamente metodici e poco dinamici.

Tali deficit nell’intelligenza artificiale tuttavia non minavano seriamente l’esperienza di gioco, che comunque non brillava certo per originalità pur avendo la capacità di tenere il ritmo sempre alto.

Ciò in cui però Spec Ops eccelleva era in un reparto generalmente secondario negli sparatutto: la narrazione.

E’ necessaria almeno un’ora prima che questo elemento si delinei ma di lì in poi i vicoli desolati di Dubai acquisiscono un aspetto del tutto nuovo.
Spec Ops: The Line è infatti uno degli sparatutto bellici della scorsa generazione che meglio ha saputo mostrare l’orrore della guerra.

Complice la forte ispirazione dal libro Cuore di Tenebra di Joseph Conrad, omaggiato peraltro dal nome del colonnello Konrad a capo del 33° battaglione, la storia della squadra Delta vede pian piano i protagonisti passare dai più classici stereotipi del genere a personaggi fragili e sempre più disperati.

Un esempio evidente lo si vede nel personaggio di Lugo che nei primissimi minuti di gioco si lascia andare a battute sul rapporto numerico tra uomini morti e donne nude presenti a Dubai per poi essere letteralmente devastato di fronte all’ammasso di cadaveri civili impilati di fronte ad una barriera difensiva.

Arrivati per una semplice missione di ricognizione i protagonisti iniziano così una incessante caccia all’uomo per trovare il colpevole delle stragi che si consumano ogni giorno per le strade della (un tempo) ricchissima città araba.

Ma la linea tra bene e male, vero e falso, giusto e sbagliato è estremamente sottile.

A line, crossed

Eviteremo il più possibile di spoilerare elementi della trama dilungandoci nell’ambito morale, che gioca un ruolo di primissima importanza nella storia di The Line.

Vi basti sapere che a seguito di un evento tanto macabro quanto sconcertante, il nostro alter ego, Walker, avrà a che fare non solo col campo di battaglia, ma anche con le conseguenze psicologiche che la guerra porta con sé.

Cedimenti, visioni e fantasmi delle nostre azioni ci accompagneranno per tutto il corso dell’avventura – anche con espedienti decisamente azzeccati come la presenza di manichini in ogni dove, ad indicare la progressiva deumanizzazione di cui soffrono i soldati in guerra – trasportandoci metaforicamente sempre più in basso nell’inferno personale che Walker deve sopportare rendendolo via via sempre più vittima di una furia cieca: le stesse esecuzioni dei nemici atterrati passano da essere veloci e “indolori” colpi col calcio del fucile a brutali serie di pugni oppure molteplici proiettili sparati a gambe, stomaco e solo infine testa.

Le stesse schermate di caricamento meritano una menzione speciale, visto che occasionalmente, al posto dei classici quanto superflui consigli di gioco, presentano frasi dirette al giocatore come “Ti senti già un eroe?” oppure “Sei ancora una buona persona.”

Ad impressionare ancor di più è la cura che viene data ai personaggi secondari: nonostante sia Walker il fulcro delle vicende e sia lui il personaggio che riceve maggiori attenzioni sotto il profilo della caratterizzazione, non è difficile legare oppure provare un forte senso di avversione verso le varie personalità con cui veniamo a contatto, complici anche i vari documenti nascosti lungo i livelli.

Ecco quindi come il “Radio-man”, la cui voce risuona per tutta Dubai, passi dall’apparire un vile violento e sarcastico al rivelarsi un novello Adrian Cronauer, il personaggio di Robin Williams in Good Morning, Vietnam, impegnato con tutte le sue forze nel ridare animo ai soldati con la sua ironia usando la radio come mezzo di comunicazione.

Tutto questo viene messo nelle mani del giocatore senza addolcimenti di sorta, complice una sceneggiatura di indubbio valore che lo conduce a situazioni in cui egli stesso deve compiere scelte morali.

Queste non vanno affatto intese come si vede generalmente in altri giochi: innanzitutto non sono distinguibili tra “scelta buona e scelta cattiva” ma non portano nemmeno ad effettivi cambi nel plot.
Al giocatore viene chiesto di esprimere le proprie emozioni a seguito di certi avvenimenti in modo libero e, in certi casi, addirittura opponendosi a tale imposizione.

Il giocatore si sente effettivamente con le spalle al muro in più occasioni ma gli viene sempre data la possibilità di cambiare le carte in tavola e prendere una scelta alternativa, non per ottenere un bonus particolare o per mutare il nostro karma in una direzione o nell’altra ma perché guidato dalla propria morale ed è in questo che Spec Ops: The Line, non solo si distacca, ma si eleva sopra la maggior parte dei giochi che permettono di mutare gli eventi di gioco.

Titoli come Fallout 3 o InFamous ci permettono sì di essere buoni o cattivi, ma il giocatore non si sente di operare tale scelta perché alla base vi è un motivo specifico.
Distruggere Megaton o salvarla è una decisione basata sul nulla, il giocatore non è spinto a compiere un omicidio di massa se non che per la volontà di creare un personaggio cattivo ad ogni costo (peraltro ottenendo gli stessi benefici qualsiasi scelta si operi).

The Line invece non vi chiede di essere buoni o cattivi né tantomeno vi premierà per le vostre scelte: vi chiede di reagire umanamente, ed è questo che lo rende un gioiello raro.

I molteplici finali che possiamo ottenere giunti a fine partita sono il fiore all’occhiello di una storia così appassionante, ma in questo caso evitiamo davvero di spendere anche solo una parola lasciandovi il gusto di scoprire da soli i colpi di scena conclusivi.

Crolla il soldato, e tutta la baracca

Perché quindi Spec Ops: The Line si è rivelato un fallimento al punto da essere a malapena conosciuto?
Le cause sono molteplici.

La principale è da ricercarsi probabilmente nella campagna di marketing: una delle sfide maggiori che il mercato degli shooter presenta è la necessità di confrontarsi con i due big del settore, Call of Duty e Battlefield.

Nel momento in cui si sviluppa uno sparatutto bellico è inevitabile che una enorme fetta dei giocatori si trovi a dover scegliere se spendere i proprio soldi per uno dei due titoli citati oppure per un nuovo gioco poco conosciuto.

Generalmente il confronto è impari e vede il nuovo gioco fallire miseramente.
Le soluzioni a tale problematica generalmente sono tre: se si dispone di un grande budget, si punta l’accento sul comparto tecnico che (purtroppo) riesce sempre a far maggior presa sul pubblico; se il titolo fa parte di una vecchia saga o è sviluppato da un developer famoso, si punta sulla fan base di partenza cercando di espandersi magari con campagne virali, come nel caso dell’ultimo ottimo Wolfenstein; se non si possiedono né una né l’altra, bisogna dare centralità alle caratteristiche che differenziano il titolo e non lo rendono l’ennesimo clone.

Dal momento che The Line rientrava nell’ultimo filone, la campagna pubblicitaria avrebbe dovuto dare tutto il risalto possibile alla trama e alla componente psicologica, attirando la schiera più ridotta ma comunque presente di giocatori che desiderano uno shooter che non sacrifichi la componente narrativa (e Bioshock è solo uno dei molti esempi), mentre invece i primi trailer hanno dato ampio spazio unicamente alle poche sequenze scriptate presenti nel gioco, sperando di far presa sul giocatore medio.
Persino lo Story Trailer non metteva in luce la componente introspettiva del plot, riducendo il tutto ad una banale storia la cui unica novità pareva essere il setting di Dubai.
La copertina stessa del gioco è un emblema alla banalità con il classico soldato in posizione frontale.

Il motivo alla base di questa scelta probabilmente era anche un altro: proporre The Line come un tipico TPS per poi rivelarsi a sorpresa un gioco dalla componente narrativa sensazionale.
Forse c’era la speranza che il web avrebbe pubblicizzato a costo zero il gioco ma così non è stato.

The Line è stato così bollato come un clone di CoD e istantaneamente snobbato per le sue magagne tecniche.

Un altro elemento che inevitabilmente ha inciso sul destino nefasto di The Line è la componente online: se il gameplay piuttosto lineare e poco originale della campagna era controbilanciato dalla trama, una volta scesi nel terreno multiplayer il sistema di gioco doveva sorreggere tutto l’impianto ludico e assieme ad una scarsa varietà generale il tutto si è definitivamente affossato.
The Line era un titolo studiato per il single player e tutti gli sforzi sarebbero dovuti essere posti su di esso, ignorando qualsiasi tipo di componente online, come avvenuto per il già citato Wolfenstein: The New Order.

Noi ovviamente non possiamo che consigliarvelo: se amate le trame dalla forte componente psicologica e apprezzate gli shooter Spec Ops: The Line fa per voi ed è acquistabile a prezzi davvero abbordabilissimi.
Si tratta non solo di un gioco di qualità ma anche di una lezione per gli sviluppatori su come realizzare un sistema “karmico” nei videogiochi, snobbato senza cuore dai giocatori che di fronte ad una media di voto pari a 7,5/10 classificano un gioco come “orrore senza arte né parte”.


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