Dragon Age: Inquisition – Recensione


BioWare da ormai una quindicina di anni è diventata sinonimo di qualità, stregando noi videogiocatori con giochi di ruolo di stampo occidentale dalla fattura pregevole, caratterizzati da storyline ambiziose e ben narrate, personaggi ottimamente caratterizzati ed universi incredibilmente vasti e dettagliati. Nel 2011 però, qualcosa non è andato come sperato all’interno del talentuoso team canadese. Chiunque abbia puntato il dito contro BioWare dopo la release di Dragon Age II, alzi la mano.
Sì, siamo stati in tanti ad aver condannato la software house canadese per aver snaturato e semplificato una saga che era partita con il botto, grazie al capitolo Origins.
E così, dopo Dragon Age II ed il quiproquo con il finale di Mass Effect 3, BioWare torna in pompa magna, e con un banco di prova tutt’altro che facile. Riportare in auge la saga di Dragon Age con il terzo capitolo, denominato per l’occasione: Inquisition.
Scopriamo attraverso la review se BioWare è tornata, oppure è rimasta scottata da quanto accaduto qualche anno fa.

Titolo: Dragon Age: Inquisition
Sviluppatore: BioWare
Publisher: Electronic Arts
Genere: RPG
Piattaforma: PC, PS4, Xbox One, PS3, Xbox 360
Giocatori: 1
Localizzazione: Inglese, sottotitolato in italiano


Il Thedas ormai è nel pieno del caos, esattamente come lo abbiamo lasciato in Dragon Age II. Il Campione di Kirkwall è scomparso e il Circolo dei Maghi e l’Ordine Templare sono ancora protagonisti di una continua e sanguinosa lotta tra loro ed il Conclave presieduto dalla Divina Justinia e presieduto dalle più importanti cariche clericali, viene distrutto nello stesso momento in cui nel cielo si fa largo uno squarcio di un colore verde accecante, dal quale vengono fuori demoni, non morti e tutta la peggiore feccia dell’Oblio. Tutti perdono la vita ad eccezione di un individuo, il nostro alter-ego, il quale sopravvive miracolosamente allo squarcio e viene successivamente catturato ed imprigionato, sospettato di essere il colpevole di quanto accaduto.
Qui nasce la leggenda del Tevinter… Qui nasce l’Inquisizione.

Il 2014 non è stato propriamente un anno da ricordare per il mondo dei videogames, tra rinvii, giochi zeppi di bug e lo spettro del male della cross-gen, possiamo affermare come il mondo videoludico abbia vissuto momenti decisamente migliori.
Ecco, Dragon Age: Inquisition soffre in parte dell’ultimo dei mali citati, ovvero il male della cross-gen.
Partendo dal presupposto che la nuova opera BioWare è un titolo colossale che per la prima volta mette piede nel mondo degli open-world, il colpo d’occhio che offre non è propriamente da applausi.
Il motore grafico utilizzato è il Frostbite 3 di DICE, un motore decisamente ribelle come dimostrano le creazioni intrise di problemi degli stessi sviluppatori svedesi di DICE (qualcuno ha detto Battlefield 4?).

Intendiamoci, trattandosi del primo approccio del team canadese col suddetto motore, il risultato è apprezzabile dal punto di vista artistico, ma tecnicamente costellato da diversi bug.
Capiterà in più di un’occasione di trovarsi difronte a cavalli che prendono il volo, pop-up, buffi glitch durante i dialoghi ed una sensazione di mancanza di rifinitura in generale, come nel caso delle animazioni, di ottima fattura in alcuni casi, di pessima fattura in altri (come nel caso delle scalate su ripide pareti, oppure per quanto riguarda l’animazione del salto).

Se dal punto di vista tecnico il risultato mostra il fianco, nulla si può rimproverare dal punto di vista artistico con scenari poetici e caratterizzati da una varietà invidiabile, spettacolari giochi di luci ed ombre ed animazioni facciali tra le migliori in assoluto, capaci letteralmente di immedesimarvi nel contesto del dialogo.
Le mappe godranno anche di una varietà invidiabile, passerete con estrema facilità da verdi valli, a deserti desolati. Da rigogliose oasi, a morbide montagne innevate.
L’analisi di cui sopra, vale per le tre versione next-gen del titolo. Discorso a parte per le versioni old-gen, ottimizzate davvero male, quasi a non voler far sfigurare troppo le altre versioni.
Oltre al mero risultato tecnico, il male della cross-gen è anche questo… Tanto valeva sviluppare il gioco esclusivamente su PS4, Xbox One e PC.

Nulla da ridire dal punto di vista del sonoro, con un eccellente doppiaggio in lingua inglese (da noi purtroppo solo sottotitolato) ed un campionario di effetti sonori e musiche davvero eccezionale.
In particolare quest’ultime godono di una realizzazione sopraffina da parte del compositore Trevor Morris, autore di diversi film e tv-serial, risultando addirittura epiche in molti casi.

Dal punto di vista del gameplay BioWare ci offre una rimarcabile profondità, e questo si evince fin dalle prime battute di gioco a partire dalla creazione dell’inquisitore.
Il menu di creazione è semplicemente mastodontico, e sarà facilissimo spendere più di un’ora nella completa customizzazione del nostro alter-ego, a partire dalla razza, proseguendo con il ruolo in battaglia, finendo con la sua fisionomia.

La struttura su cui si poggia DA:I è degna dei migliori open-world, caratterizzata da mappe gigantesche e variegate, ciascuna riempita di dozzine quest, segreti, incarichi, collezionabili e puzzle.
Di attività disponibili tra le terre del Ferelden e dell’Orlais ce ne sono a tonnellate, ma ciò non deve indurvi a pensare una mancanza di cura nei confronti delle stesse o addirittura della campagna principale. Anzi, quest’ultima godrà di una cura maniacale e sarà caratterizzata da missioni di tutt’altro spessore se paragonate a quelle secondarie (eccezion fatta per le epiche battaglie contro i draghi), con un elevata spettacolarità e dialoghi da far impallidire il più pluripremiato dei copioni cinematografici.
Fa piacere inoltre, constatare come BioWare abbia mantenuto una certa fedeltà nella riproduzione dell’universo dei precedenti capitoli. Molto spesso incontreremo personaggi provenienti dai precedenti titoli (alcuni anche con un ruolo chiave) e si ricorderanno delle gesta compiute, che in un modo o nell’altro hanno influenzato l’andamento del mondo di gioco.

Il titolo offre anche un setting predefinito per coloro i quali si approcciano alla saga per la prima volta, rendendo questo titolo fruibile anche per i neofiti. Per coloro che hanno sviscerato le avventure su old-gen invece, si consiglia fortemente di utilizzare il sito Dragon Age Keep, in modo da poter influenzare le scelte di gioco dei precedenti capitoli e poter scaricare il setting direttamente dal server EA all’inizio della campagna.

Dopo aver analizzato a grandi linee l’ambiente di gioco, ora passiamo all’analisi del gameplay nuda e cruda… Ovvero: le sensazioni che abbiamo pad alla mano.
Sarà possibile intraprendere la campagna a quattro difficoltà diverse, inutile precisare che per i neofiti si consiglia di partire dal livello più basso. Comunque sarà possibile modificarlo a proprio piacimento durante il proseguimento della storia, qualora il livello di sfida non sia sufficientemente alto.
Il combat system attinge a piene mani dai due precedenti capitoli, reintroducendo la visuale tattica, inspiegabilmente rimossa in Dragon Age II. Grazie a questa reintroduzione, sarà possibile approcciare al combattimento con strategia ed oculatezza, ma senza disdegnare la vivacità e la pura azione che hanno contraddistinto il combat system del secondo discusso capitolo.
Anche se sarà estremamente facile farsi prendere dall’enfasi dell’azione, pad alla mano il gameplay non promuove affatto il button mashing, anzi. Il grilletto destro è predisposto all’attacco, ma sarà sufficiente tenerlo premuto per concatenare una serie d’attacchi.
Inoltre, è presente un vasto albero di crescita del personaggio. Ogni ruolo ha diverse specialità in cui specializzarsi grazie ai punti esperienza ottenuti, e nel momento in cui apprenderemmo una determinata tattica, saremo liberi di posizionarla a nostro piacimento sulla ruota dei tasti.

Il bilanciamento delle classi è risultato molto equilibrato, senza far pendere la bilancia per una od un’altra classe, anche se in situazioni estreme a farla da padrone sarà il ruolo Guerriero, per via di alcune tattiche difensive più efficaci.
Ciò che non abbiamo apprezzato è stata la mancanza di un ruolo “terapeuta” o “sentinella”, da sempre presenti anche nei GDR di lega più bassa. Anche in un GDR molto atipico come la saga di Mass Effect (tanto per prendere in esempio un titolo BioWare) era presente la classe “sentinella”.
Durante la prova a difficoltà più elevate, si è dovuto fare troppo affidamento alle pozioni curative o rigenerative. E sebbene il titolo offra una vasta scelta di armature, armi e potenziamenti per le stesse, molto spesso non saranno sufficienti, soprattutto se doveste essere tanto temerari da affrontare la storia ad un livello di difficoltà tarato verso l’alto.

La mole di contenuti che DA:I offre è a dir poco enorme. La sola campagna principale vi poterà via all’incirca 20 ore, ma sarà davvero impossibile non perdersi nei meandri del Tevinter e nelle sue centinaia di storie e sotto-trame.
Le quest a nostra disposizione saranno centinaia, e forse qui ci sta una piccola tirata d’orecchie agli sviluppatori BioWare. Nonostante la modalità storia saprà impegnarci per circa 20 ore, rapportata in percentuale la durata della campagna principale rappresenta solo il 30% dell’intero pacchetto di contenuti offerti.
Oltre alla campagna ed alle numerosissime quest a nostra disposizione, potremo mandare in missione i nostri agenti Josephine (diplomatica), Leliana (spia) e Cullen (esercito), al fine di ottenere un rapporto più nitido sulla situazione di una determinata zona, oppure per stringere alleanze. E’ stato inoltre introdotto un corposo sistema gestionale.
Dopo il primo atto infatti, ci verrà imposto di gestire la fortezza di Skyhold, vero cuore pulsante della nostra inquisizione. Dovremo svolgere alcune quest per poter perfezionare al meglio la nostra fortezza, come trovare siti di disboscamento, cave di minerali e materiali vari. E questa ad ogni livello di influenza ottenuto risulterà più splendente e curata.
A proposito dei materiali, è stato introdotto anche un ingegnoso e funzionale sistema di crafting. Durante le lunghe esplorazioni nelle sterminate terre del Thedas potremo diventare dei provetti minatori, raccogliendo minerali utili, oltre ad un quantitativo enorme di materiali come seta,  per le creazioni ed il potenziamento di armi, armature di tutto il party.
BioWare ha pensato di inserire anche una modalità online, un piacevole diversivo da affrontare una volta terminate la miriade di attività nella campagna.
Il multiplayer segue un pattern semplice quanto efficace: bisogna scegliere una delle classi a disposizione ed addentrarsi nei dungeon in compagnia di altri giocatori, un po’ come accade in World Of Warcraft (certo, ma non aspettatevi la medesima profondità).
Ad essere sinceri, non avremmo rivisto il nostro giudizio se questa modalità non fosse stata presente… Tuttavia, come detto in precedenza, si tratta di un piacevole diversivo dalla campagna principale.

VERDETTO FINALE
Dragon Age: Inquisition è un titolo mastodontico, epico e capace di ipnotizzarvi per ore ed ore. BioWare è riuscita a metter su un impianto di gioco complesso, più dei precedenti, di come pochi ce ne sono attualmente sul mercato, popolato di personaggi caratterizzati in maniera eccelsa (su tutti, i personaggi del party).
In un periodo piuttosto povero di idee come lo è stato lo scorso 2014, vedere un titolo come questo è senza dubbio una bella boccata d’ossigeno per noi videogiocatori. Un titolo epico, entusiasmante, profondo e ricco di cose da fare, che purtroppo mostra il fianco a qualche difetto che gli impedisce di ergersi come capolavoro assoluto nel genere.
Tuttavia, siamo al cospetto di un opera gigantesca che al momento ha ben pochi rivali sul mercato… Del talento di BioWare non abbiamo mai dubitato. E se vi stavate chiedendo se i developer canadesi avessero imparato dagli errori del passato, la risposta è una sola e secca: sì.
E se questo non vi basta, date un’occhiata al vincitore del GOTY 2014.


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